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3) MANUALE PRATICO DELLE MANOVRE
RIDURRE LA VELATURA
Quando il vento rinfresca e l’imbarcazione supera un certo angolo di
sbandamento bisogna ridurre la vela tura, perché la barca rallenta. Le
linee d’acqua di un’imbarcazione troppo sbandata sono cosi deformate
da rendere difficile il suo passaggio nell’acqua, facendola rallentare in
modo sensibile. Per qualche grado di sbandamento in più, si perde
facilmente un nodo. La vita a bordo diventa molto scomoda e inoltre,
tenendo a riva delle vele troppo grandi rispetto a un vento per il quale
non sono state previste, rischiate di sformarle.
Sono questi i veri motivi che fanno ridurre la velatura; non dev’essere
la paura che l’attrezzatura ceda. Un’imbarcazione fatta per navigare in
altura e incontrare qualsiasi tempo deve possedere un’attrezzatura
capace di coricarla sull’acqua senza cedere. Può sempre capitare
d’incocciare all’improvviso un groppo violento, che ci sorprende con
l’imbarcazione troppo invelata, prima di avere il tempo di ridurre la
vela. Bisogna aver fiducia nella propria attrezzatura, altrimenti si
passa il tempo a preoccuparsi e ciò sciuperà tutto il piacere di
navigare.
Certe imbarcazioni sopportano lo sbandamento meglio di altre. Cosi,
un 12 metri SI, imbarcazione molto affinata, raggiungerà la sua
velocità migliore a un angolo di sbandamento assai alto. n Pen Duick
VI, imbarcazione di larghezza media, dalle forme dolci ed equilibrate,
si troverà al meglio con uno sbandamento relativamente alto, intorno
ai 30°. n Pen Duick III, che in proporzione era più largo, con forme di
scafo a spigolo, sopportava male lo sbandamento e non doveva
superare 25°.
La vela tura si riduce diminuendo la superficie della randa di maestra
e di quella di mezzana, e mettendo dei fiocchi sempre più piccoli.
Riduzione delle rande di maestra e di mezzana
I metodi sono due: i giri di boma e le mani di terzaroli.
Per arrotolare la vela, il boma dev’essere a rullino e viene fatto
ruotare su se stesso sia con un sistema di leva sul perno, sia con un
riduttore a vite senza fine che si aziona con una manovella.
L’inconveniente di questo sistema semplice sta nel fatto che, oltre un
certo numero di giri, si riesce difficilmente a conservare alla vela una
forma corretta. Infatti, anche se vicino alla trozza è stato previsto uno
svuotamento che possa immagazzinare la ralinga della vela, esso si
colmerà presto e la ralinga si arrotolerà su uno spessore maggiore.
Quindi, si arrotolerà più rapidamente del resto della vela. D’altra
parte, mentre la vela si avvolge, si deve ben stendere la caduta verso
poppa. Poiché la vela è triangolare, la caduta arriva sul boma
obliquamente e dunque tende ad avvicinarsi all’albero a mano a mano
che la andiamo avvolgendo, trasformando la vela in un vero e proprio
sacco. Soltanto su piccole imbarcazioni si riuscirà a stendere
correttamente la caduta verso poppa. Perciò si preferisce sempre più
largamente il sistema di prendere mani di terzaroli. Se il sistema è
ben concepito, la rapidità della manovra è uguale a quella
dell’avvolgimento e si conserva sempre una buona forma alla vela.
Per terzarolare, occorre che alla trozza il boma abbia, parte per parte,
un robusto gancio.
FOTO A PAG. 119
Un po’ a poppavia del punto in cui le brancarelle di
terzarolo scenderanno sul boma, occorre che su quest’ultimo ci siano
da una parte una castagnola, dall’altra una puleggia. La borosa di
terzarolo, dunque, partirà dalla castagnola, passerà nella brancarella
poi nella puleggia e andrà a un winch che potrà essere fissato, a
volontà, sul boma stesso o sul ponte. A bordo del Pen Duick VI, dopo
la puleggia, la borosa entra all’interno del boma e ne esce attraverso
una puleggia verticale presso la trozza; va poi a un bozzello fissato a
pié d’albero e a un winch situato a proravia di un pozzetto che si trova
poco a poppavia dell’albero.
Generalmente le borose di terzarolo non sono già inferite sulla vela.
Non ci sono grossi inconvenienti, nel fatto di averle a posto in
permanenza; ma, personalmente, preferisco toglierle e rimetterle ogni
volta. Dei cavetti che sfregano in permanenza lungo la caduta
rischiano di logorarla un poco.
Su una grande imbarcazione come il Pen Duick VI si comincerà
andando a inferire la borosa nella brancarella di terzarolo, montando
sul boma. Possiamo ugualmente attendere che la drizza sia stata filata
tanto da farci avere la brancarella a portata di mano, stando in
coperta; ma data la forza del vento, la vela sbatte violentemente e,
tenuto conto delle sue dimensioni sul Pen Duick, riuscire a passare la
borosa nella sua brancarella diventa una piccola battaglia.
Data volta la borosa alla sua castagnola, si fila la drizza e mentre la
FOTO A PAG. 121
vela scende si recupera la borosa. La brancarella di mura della benda
di terzaroli, quando è arrivata all’altezza del boma, si mette in uno dei
ganci della trozza. Spesso occorre far uscire dalla rotaia uno o due
garrocci vicino alla brancarella.
Allora si ala la borosa e si torna a cazzare la drizza. Si borda la scotta.
Resta solo da stra filare; ma la vela a questo punto sta già portando
normalmente. Lo strafilaggio serve soltanto a serrare la tela della
mano di terzaroli.
Per levare i terzaroli, basta mollare lo strafilaggio e allascare la drizza
quel tanto che permetta di liberare dal gancio la brancarella di mura;
poi issare di nuovo la vela filando la borosa man mano, e rimettendo i
garrocci che erano stati tolti.
Un amantiglio è utile per queste manovre?
No, a mio parere, se si è in parecchi a manovrare. A bordo del Pen
Duick non ho mai avuto amantigli, eccetto per navigare in solitario,
nel qual caso ne metto uno per la randa. Infatti, quando si fila la
drizza, non c’è nessuno che possa incaricarsi di recuperare la borosa
oppure la scotta al fine di far venire il boma sul ponte nel punto
voluto. Il boma si poserebbe allora dove vuole, dopo avere spazzato
tutto rimbalzando sui verricelli e sulle gallocce che trova alla sua
portata. L’amantiglio evita questa strage. Ma avendo un equipaggio,
allora non ne vedo più l’utilità; vedo solo l’inconveniente che è li,
senza scopo. Perciò, lo sopprimo.
FOTO A PAG. 122
Cambiare il fiocco
Sulle imbarcazioni da regata moderne ci sono ora degli stralli cavi a
una scanalatura o, sempre più spesso, a due. Permettono di ottenere
un miglior rendimento aerodinamico del fiocco e, nel caso di quelli
doppi, di cambiar fiocco l’uno nell’altro. L’imbarcazione, dunque, non
si troverà mai senza fiocco durante il cambio. A bordo di
un’imbarcazione da crociera sconsiglio questi sistemi, perché possono
procurare delle noie. I fiocchi risultano duri da issare e da ammainare.
Nella scanalatura la tela può logorarsi e strapparsi. Le ralinghe
possono uscire dalla scanalatura e incatastarsi. E più sicuro il sistema
a garrocci. Meglio impiegare questo, su una barca da crociera, libera
da pretese di prestazione. Sconsiglio anche, e con molto vigore, le
draglie doppie. Per fortuna, dopo essere state di moda una ventina di
anni fa, sono quasi completamente scomparse. Con questo sistema
non si può avere una draglia ben rigida, i garrocci dell’una riescono
sempre ad agganciarsi nell’altra. E se vi si arrotola intorno lo
spinnaker, non si potrà più ammainarlo.
Se l’imbarcazione non richiede d’urgenza una riduzione di velatura, si
perderà meno tempo durante il cambiamento cominciando con
l’ingarrocciare il nuovo fiocco sotto quello in servizio. Il quale verrà
allora ammainato e sferito, mentre un uomo di bordo cambia la scotta
e regola il nuovo punto di chiamata. Il fiocco di prima viene messo
via, e il nuovo viene issato. Se tutto si svolge per bene, non si sarà
FOTO A PAG. 123
rimasti senza fiocco per molto tempo.
Quanto ai piccoli fiocchi (che non arrivano più in testa d’albero), il
vostro velaio provvederà senza dubbio a guarnire l’angolo di penna,
con un penzolo di cavo di acciaio, affinché la parte metallica della
drizza possa andare sempre ad avvolgersi sul winch. Se non
provvede, chiedeteglielo, perché la parte tessile della drizza non è
fatta per lavorare.
Quando si tratta di ammainare un fiocco su una grande imbarcazione,
e c’è vento, talvolta il timoniere dovrà aiutare la squadra di prua con
un colpetto di barra all’orza. Non dovrà farlo troppo presto, perché
rischierebbe di perdere tutta la velocità prima che il fiocco sia sceso:
sarebbe allora costretto a poggiare e la fine della manovra
diventerebe difficile. Prima di venire all’orza bisogna aspettare che il
fiocco abbia ben cominciato a scendere.
Su una grande imbarcazione con equipaggio molto limitato, o anche in
solitario, si può ugualmente ammainare un grande fiocco e impedire
molto facilmente che cada in acqua. Su un’imbarcazione della
grandezza del Pen Duick VI, un genoa che ‘finisce in mare potrà
difficilmente essere recuperato da un uomo solo. Durante la
Transatlantica in solitario utilizzai un sistema semplice ed efficace.
Avevo una patta d’oca di cavo, a quattro branche, da alzare
sottovento al genoa con la drizza dello spinnaker. Le branche estreme
venivano date volta alla mura e a piè d’albero, le altre due in
posizione intermedia nella mezzania della coperta di prua. Anche
senza avere una patta d’oca preparata, si può facilmente
improvvisarla con cime qualunque. Il genoa, in questo modo, scivola
lungo quella specie di rete e scende, da bravo, sul ponte.
State molto attenti, quando un fiocco è appena stato ammainato o è
sul punto di essere alzato, che nessuna sua parte scivoli in acqua fra
due candelieri. Ciò accade molto facilmente, quando la prua picchia un
poco, a causa del beccheggio. Bisogna vigilare che parte della tela
non cominci furtivamente a scivolare fuori bordo. Infatti, se ne va via
troppa (e quando una piccola parte è già in acqua non ci mette molto
a trascinarne una grande), si formerà una grossa sacca di acqua che
vi impedirà di recuperare a bordo il fiocco che vi torcerà o strapperà
via i candelieri. Per maggior sicurezza, si può fabbricare a prua una
specie di rete fra il ponte e le draglie, per prevenire disavventure di
questo genere.
Impedire che la drizza di fiocco prenda volta intorno allo strallo:
basta, a tal fine, un po’ di metodo. Nell’ammainare un fiocco, non
appena il prodiere ha in mano l’angolo di penna, smaniglia la drizza e
la incoccia al pulpito, sottovento o sopravvento, a sua scelta, ma
senza passare mai davanti lo strallo. Basterà dunque riportarla
sull’angolo di penna dell’altro fiocco al momento di issare. Sembra
una cosa semplice, di una logica addirittura infantile; tuttavia è
incredibile quanti uomini di bordo riescono ad alzare dei fiocchi con
FOTO A PAG. 125
volte nella drizza. Bisogna sorvegliarli, e dare qualche strigliata, per
abituarli a eseguire questi gesti semplici. Invece è importantissimo
attenervisi sempre, perché su una grande imbarcazione i proiettori a
mano non illuminano abbastanza in alto per permettere, nottetempo,
di vedere se la drizza è in chiaro o no. E una drizza con una volta si
deteriora in poche ore.
Genoa terzarolato
E’ una buona soluzione per ridurre vela tura senza dover cambiare il
fiocco. Prendere una mano di terzaroli nel genoa è più facile che
cambiarlo, e cosi si fa a meno di altri due fiocchi, con vantaggio della
cala delle vele, già troppo ingombra.
Non bisogna che la brancarella di scotta della benda di terzaroli sia
troppo in alto; cosi è più facile mettervi una scotta. Proprio questo è
l’inizio della manovra. Si tratta di una scotta ausiliaria. Potrà passare
sia nel carrello di scotta, se questo è in grado di contenerne due, sia
in un altro carrello o in un bozzello fissato al capo di banda; si dà
volta su una galloccia o su un winch disponibile. Infatti non ci sarà da
cazzarla: ha l’unico scopo di tenere la brancarella a portata di mano,
per mettervi le vere scotte. Si allascano la drizza e la scotta e si porta
la brancarella di mura della benda di terzaroli alla ferramenta di mura,
dove le si dà volta con una semplice cima. Si mette la scotta a posto
e, se occorre, si regola il carrello. Cazzata la scotta, si potrà levare
quella ausiliaria.
FOTO A PAG. 127
Si cazza la drizza e si borda la vela. Resta solo da strafilare. Gli
occhielli per lo strafilaggio devono essere abbastanza ravvicinati, per
evitare che fra l’uno e l’altro si formino delle grosse sacche di acqua.
In realtà non si tratta esattamente di una strafilatura con una cima
continua, come per strafilare una mano di terzaroli della randa. Poiché
la tensione del bordame varia notevolmente (virate di bordo, scotta
filata nelle andature a lasco), la strafilatura non rimarrebbe regolare.
Occorrono dunque dei piccoli gerli o, con termine marinaresco,
matafioni, permanentemente fissati agli occhielli oppure preparati e
conservati a bordo per questo uso.
Successione delle manovre nel ridurre la velatura
Non esistono regole. Dipende dall’imbarcazione e dal suo equilibrio.
Generalmente, sulla maggior parte degli sloop o dei cutter moderni,
val la pena di tenere alzati dei grandi fiocchi. Perciò, una volta che si
abbia il genoa pesante o lo yankee pesante, la riduzione di vela tura
comincerà riducendo la randa, prima di passare a un fiocco più
piccolo.
Per quanto riguarda i ketch, alcuni diventano orzieri non appena la
brezza rinfresca e dovranno cominciare riducendo la mezzana, se non
ammainandola completamente. Altri, ben equilibrati, dovranno
conservare la mezzana, altrimenti diventerebbero poggieri. Ne
verrebbe una perdita di prora, cioè una minore capacità di stringere il
vento e, poiché ogni onda tenderà a far poggiare, il timoniere stenterà
FOTO A PAG. 128
a mantenere stretta al vento la prua. Questo è il caso per il Pen Duick
VI, sul quale la riduzione di vela tura comincia dalla randa di maestra.
Ecco la successione: ci si trova con la trinchettina genoa pesante 2 e
con lo yankee pesante 2. Si prende allora una mano di terzaroli nella
randa, poi la seconda mano. Si passa allora allo yankee 3 e in seguito
si ammaina completamente la randa. Con questa velatura
l’imbarcazione va benissimo di bolina stretta. Poi si passerà al fiocco 1
e alla trinchettina 3, al fiocco 2 e alla trinchettina 4, e si prenderà una
mano di terzaroli nella mezzana. Bisognerà dunque aspettare che il
vento soffi a buoni 50 nodi prima di ridurre la mezzana. Infine, si
metterà il fiocco 3 e si prenderà la seconda mano di terzaroli nella
mezzana. E’ raro che si debba ridurre ulteriormente; ma, dovendo
farlo, si ammainerebbe il fiocco 3 e si continuerebbe, dunque, sotto
trinchettina e mezzana con due mani di terzaroli.
Per le golette vale lo stesso. Una goletta come il Pen Duick III, con i
due alberi uguali, era come un ketch, e c’era sempre vantaggio a
cominciare col ridurre il trinchetto, che veniva ammainato
completamente prima che si cominciassero a ridurre i fiocchi.
Una goletta classica, quindi con una grande randa di maestra,
comincerà col ridurre questa vela.
In sostanza, l’ordine da seguire nel ridurre la ve1atura è dettato
soprattutto dalla conoscenza della propria barca da parte dello
skipper.
FOTO A PAG. 129
MANOVRE CON CATTIVO TEMPO
CATTIVO TEMPO ALLE ANDATURE PORTANTI
Credo che a queste andature le imbarcazioni leggere e veloci debbano
essere in grado di procedere con qualsiasi tempo. È il caso
d’imbarcazioni quali il Pen Duick III o il Pen Duick VI.
Durante la regata intorno al mondo 1973-1974, e particolarmente
nella tappa Città del Capo-Sydney, il Pen Duick VI ha sempre potuto
correre portando molta velatura. Siamo restati per tredici giorni lungo
il 45° parallelo, e durante quei tredici giorni la nostra media
giornaliera è stata di 261 miglia, cioè 10,9 nodi. Il vento era al
minimo di 3035 nodi e i massimi furono di circa 70 nodi.
Abbiamo sempre tenuto a riva la randa di maestra, la mezzana e
spesso una carbonera. A prua avevamo almeno un grande yankee
sottovento e un fiocco abbastanza grande tangonato sopravvento; ma
per la maggior parte del tempo c’è stato uno spinnaker, sia grande,
sia piccolo. In queste condizioni l’imbarcazione partiva
magnificamente in «surf» e non è mai successo che un’onda montasse
sulla poppa. Certo, si era in regata. Portavamo sempre il massimo di
vela tura possibile. Con il rischio, soprattutto sotto spinnaker, di
straorzare. Ed è vero che questa navigazione, sempre tirata al limite,
ci ha riservato alcune energiche emozioni; ma in crociera sarebbe
bastato accettare di correre un nodo di meno per andare
perfettamente lisci. Alle velocità elevate, un solo nodo di differenza
rappresenta una enorme variazione della forza propulsiva e quindi
della superficie velica. Ce ne accorgevamo benissimo durante i
cambiamenti di vela. Nella manovra, sotto le sole rande di maestra e
di mezzana non perdevamo più di due nodi. Dunque, accettando di
filare a 10 nodi anziché 11, l’imbarcazione risulta allora un po’
«sottovelata » e non ci sono più rischi di straorzare, mentre la
velocità rimane sufficiente a navigare in condizioni di sicurezza.
Perché mai la velocità è fattore di sicurezza? Per due motivi. Primo:
l’imbarcazione che corre veloce sarà raggiunta lentamente dalle onde,
la cui forza d’impatto, se l’hanno, risulterà diminuita di altrettanto.
FOTO A PAG. 133
Secondo: una grande velocità è necessaria per conservare al timone
una buona efficacia. Quando un’onda ha appena oltrepassato
l’imbarcazione, questa rallenterà sull’addietro e si troverà al minimo
della velocità, nel cavo dell’onda, proprio nel momento in cui l’onda
successiva la solleva all’anca sopravvento e cerca di far ruotare
l’imbarcazione su se stessa, con il piede di ruota come perno. A
debole velocità il timone non avrà efficacia sufficiente a contrare la
guizzata e l’imbarcazione si troverà traversata. Se l’onda è grossa e
frangente, ciò può avere delle conseguenze spiacevoli. Credo sia
successo proprio questo al Sayula, fra il Capo e Sydney. Secondo il
racconto dell’equipaggio, il Sayula andava a gran lasco con circa 50
nodi di vento. Portava, in quel momento, solo un piccolo fiocco e una
piccola trinchettina, cioè pochissimo. Perciò gli dev’essere mancata la
velocità per contrare la guizzata del mar lungo, che l’ha fatto
rovesciare con gli alberi a 20 o 30 gradi sotto la linea orizzontale (e
con tutti gli inconvenienti e le avarie che nascono da una situazione
simile).
L’argomento della velocità è dunque, a mio modo di vedere,
importantissimo. Perciò non credo al vantaggio di fuggire il mare
rimorchiando dei cavi. Per timore di andare troppo veloci, ci si mette a
secco di vele. A quel punto, l’imbarcazione non governa più e, per
mantenere la poppa al vento, si filano dei cavi e persino tutto quel che
capita, tipo pneumatici, catene, salmoni, ecc. In queste condizioni
l’imbarcazione può beccarsi delle incappellate a ogni ondata. Lo ha
dovuto riconoscere Bernard Moitessier nel Pacifico australe. Per il suo
Joshua la situazione era divenuta insostenibile, tant’è vero che
Bernard, dopo lunghe esitazioni, dovette decidersi a tagliare i cavi a
rimorchio. Fu contentissimo del risultato.
Ora, perché voleva limitare la velocità? Perché era ossessionato,
senza dubbio in seguito a non so quale lettura, dall’idea di fare la
capriola, cioè di passare con la poppa oltre la prua. Si figurava che
sarebbe accaduto nel modo seguente: su un’onda l’imbarcazione
parte in sud come una palla di cannone, va più veloce dell’onda che la
porta, e pianta la ruota di prua in quella che la precede. Non credo
che ciò possa verificarsi. Con una imbarcazione come il Pen Duick VI –
che fa un ottimo sud (mentre non si poteva certo dire lo stesso per il
Joshua) e che era spinto al massimo della sua velocità da un
equipaggio di regata completo – non abbiamo mai riacchiappato
un’onda alle alte latitudini meridionali. E dire che abbiamo fatto dei
sud assolutamente splendidi, con lo spidometro piantato alla tacca
massima di 24 nodi. Era spettacoloso. Ma l’onda portante ci
oltrepassava, perché quel grosso mar lungo raggiunge delle velocità
molto alte. Proprio questo, del resto, ci consentiva di «sudare» molto
velocemente, molto più che su altri mari con gli stessi venti e sotto la
stessa velatura. C’è una relazione matematica fra l’altezza del mar
lungo e la sua velocità. Ed è per questa ragione che, anche nelle
nostre maggiori « sudate », non abbiamo mai rischiato di andarci a
piantare nell’onda che precedeva.
Se è vero che le imbarcazioni leggere e ben « sudanti» si trovano del
tutto a proprio agio con mare grosso in poppa, le cose possono
andare assai diversamente per delle imbarcazioni pesanti, dotate di
una velocità molto limitata. Sul pendio dell’onda, a certe imbarcazioni
è accaduto spesso d’imbarcare tante ondate da poppa che hanno
preferito mettersi alla cappa. In questo caso, bisogna scegliere bene il
momento in cui si orzerà.
LA CAPPA
Può darsi che il vento sia cosi forte e il mare cosi cattivo che
l’imbarcazione non può più rimontare il vento senza correre il rischio
di avarie, poiché i colpi nell’acqua diventano troppo brutali.
Può anche darsi che in condizioni di tempo molto cattivo certe
imbarcazioni pesanti, alle andature larghe, rischino di farsi
incappellare da poppa. Quindi, in crociera, si potrà prendere la cappa
anche se l’imbarcazione è ancora in grado d’incassare l’assalto del
mare, allo scopo di economizzare il materiale o per far riposare
l’equipaggio. Nella Transatlantica in solitario del 1976, durante la
quinta depressione che ho incontrato, e che fu la più forte, ho preso la
cappa per non rischiare di perdere la mezzana. Questa vela, da
quando ero rimasto privo del pilota automatico, era divenuta
essenziale affinché l’imbarcazione potesse far rotta con la barra
rizzata. Nonostante le condizioni di tempo con vento violento,
l’imbarcazione poteva ancora camminare; ma non ero certo che la
mezzana tenesse duro. Con un vento simile, al minimo strappo una
vela può essere ridotta a brandelli in un batter d’occhio, prima che si
sia potuto ammainarla. E non ci sarà modo di ripararla con i mezzi di
bordo. Non potevo correre questo rischio.
In tutti questi casi c’è una soluzione: prendere la cappa.
Fuggire il vento potrebbe spesso risultare più comodo; ma se la meta
da raggiungere è sopravvento e quindi bisogna bolinare, si
perderebbe cammino in misura notevole.
Può anche darsi che sottovento non si abbia acqua libera o che fuggire
il vento sia pericoloso per l’imbarcazione.
Si prenderà, dunque, la cappa: sia a secco di vele, sia con delle
piccole vele da cattivo tempo. Si sceglierà un metodo o l’altro in
relazione alle caratteristiche dell’imbarcazione.
Un’imbarcazione a dislocamento leggero, con chiglia molto corta e
buona stabilità di forma, è ideale per prendere la cappa a secco di
vele: cappa secca. Penso che il Pen Duick III sia un buon esempio di
questo tipo. Nel gennaio del 1968 siamo stati presi con questa
imbarcazione in un ciclone fra la Nuova Caledonia e le isole Loyauté,
mentre facevamo rotta per Nouméa. Secondo i servizi meteorologici,
ci sono stati circa 100 nodi di vento nella zona dove eravamo.
Navigavamo di bolina stretta, portando solo una piccola trinchettina,
quando avevamo già la massima forza di vento. Tenevamo un’ottima
andatura di bolina ed è un conforto pensare che, se fossimo stati su
una costa sottovento (e purché le vele avessero tenuto duro),
avremmo potuto cavarcela benissimo.
Se quella trinchettina avesse mollato, avevamo ancora la tempestina,
che era nuova di zecca, non venendo mai usata, e cosi solida da
rendere quasi impensabile che mollasse. Avere a bordo, anche non
usandola mai, questa trinchettina di fortuna è una cosa essenziale
perché, nei casi estremi, può salvare la vita all’imbarcazione e
all’equipaggio. A bordo del Pen Duick V I ho anzi due tempestine
identiche, che non sono mai servite ma che certamente non
sbarcherò.
Ovviamente, nel caso in esame, non si trattava di una bolina
gradevole. L’imbarcazione era sbandatissima e picchiava alla
disperata in un mare cattivissimo. Le onde non avevano avuto il
tempo di assumere grande ampiezza, ma erano molto ripide,
ravvicinate, e frangenti. Pioggia torrenziale, come è doveroso in un
ciclone. Nuvole di schiuma strappate dal vento alla cresta delle onde.
Getti d’acqua sollevati dal tagliamare. L’atmosfera era particolarmente
carica di umidità, al punto che ogni tanto, nel respirare, si assorbiva
tant’acqua che ci si sentiva mancare un po’ l’aria. Guardare
sopravvento era escluso, tanto dura era la sferza del vento. In simili
condizioni, a che pro continuare a bolinare? Non c’era neanche da
pensare di andarsene a bordeggiare, con un simile tempo, fra gli
ammassi corallini per arrivare a Nouméa. Fin dal primo momento del
fortunale avevamo perduto la randa di maestra, non valeva la pena
correre il rischio di strappare la trinchettina. Decisi perciò di andare ad
ammainarla. L’imbarcazione si è ritrovata a secco di vele e, di colpo, è
sembrato che tutto si calmasse. Sentivamo benissimo che il vento
continuava a essere molto forte, e c’era, a ricordarcelo, lo spettacolo
di quel mare tutto bianco di schiuma, con voli di spruzzi che
turbinavano verso il cielo.
FOTO A PAG. 136
FOTO A PAG. 137
Ma, a parte ciò, non si sentiva più che c’era cattivo tempo. Grazie al
poco dislocamento, quindi al poco volume immerso, e grazie alla sua
pinna stretta, il Pen Duick III traversato scarrocciava molto
rapidamente (a circa 3 nodi), cosi che ammortizzava tutti gli urti delle
onde, nessuna delle quali veniva a frangersi contro lo scafo. Ad
appiattirle contribuiva probabilmente la scia che lasciavamo
sopravvento, e impediva che frangessero. Grazie alla stabilità delle
sue forme, l’imbarcazione non rollava da banda a banda. La pressione
del vento sull’alberatura le dava un leggero sbandamento. La vita a
bordo era diventata del tutto comoda. La barra era rizzata sottovento.
Avevamo 60 miglia di acqua libera sottovento per andare in deriva
prima di incontrare terra. Ci siamo messi a dormire, aspettando che le
cose si calmassero.
Anche il Pen Duick VI, grazie alla poca entità del suo dislocamento e
grazie alla pinna stretta, prende benissimo la cappa a secco di vele.
Però non è comodo, in questa situazione, come il Pen Duick III,
perché con la sua carena arrotondata rolla molto e certe rollate
possono anche essere considerevoli, comunque senza il rischio di
conseguenze deplorevoli. Ci si sente perfettamente al sicuro.
Il tipo d’imbarcazione che sopporta peggio questa cappa secca è il
dislocamento pesante a chiglia lunga, poco zavorrato. La chiglia e la
profondità della carena offrono una considerevole resistenza allo
scarroccio e lo rendono irrilevante. Allora le onde hanno modo di
venire a frangere contro l’imbarcazione ed è facile immaginare come
la forza d’impatto sull’opera morta e la resistenza antiscarroccio
dell’opera viva creino una coppia che può portare al capovolgimento
dell’imbarcazione, tanto più probabilmente quando meno sarà
zavorrata.
Queste imbarcazioni devono dunque prendere la cappa filante.
Bisogna portare l’imbarcazione a circa 60° dal vento per prendere il
mare a tre quarti verso prua. Non bisogna avere troppa velocità di
avanzamento per non accrescere l’urto nelle onde, nondimeno
bisogna averne un po’, per evitare i colpi indietro, ai quali nessun
timone resiste.
Per ottenere questo scopo la velatura da tenere dipenderà,
ovviamente, dall’imbarcazione, dal suo equilibrio e dal suo piano
velico.
Le attrezzature a due alberi, con il loro piano velico piuttosto lungo,
sono le più adatte per tenere una cappa filante ben stabile.
A poppa, uno yawl avrà la mezzana, un ketch la mezzana terzarolata;
quanto alla goletta, la vela maestra completamente terzarolata
risulterà senza dubbio ancora troppo grande e bisognerà mettere una
piccola randa di cappa.
A prua, si lascerà una tormentina che, bordata più o meno
sopravvento, verrà usata per regolare la velocità.
Giocando sulle scotte della vela di poppa e della vela di prua, si deve
riuscire a ottenere un avanzamento lento col mare a tre quarti.
Gli sloop e i cutter saranno meno stabili. È molto probabile che a ogni
onda la prua scada sottovento. Cosi rischiano anche di trovarsi, in
certi momenti, traversati al mare. Sarà bene che abbiano una randa
di cappa tagliata in lunghezza, che possa essere bordata lontano a
poppa, quanto più lo permette il piano di ponte: i cutter offrono il
vantaggio che permettono di inferire la tormentina sullo strallo della
trinchettina, limitando assai, in questo modo, la tendenza ad
abbattere. Uno sloop, per non traversarsi, avrà per unica risorsa
quella di regolarsi in modo da ottenere una velocità maggiore al fine
di evitare questo inconveniente; ma picchierà ancora di più.
FOTO A PAG. 139
Randa di cappa. È utile averne una a bordo di tutte le imbarcazioni,
compresi ketch e yawl che prendono la cappa con la loro mezzana.
Questa, infatti, può strapparsi. Sarà pratico, credo, di avere la
possibilità di fissarne l’angolo di scotta sul boma. Ciò evita di dover
sistemare delle scotte. Ma bisogna poterla alzare anche senza il boma,
nel caso che quest’ultimo fosse rotto.
Mi pare inutile insistere sulla resistenza che deve avere; ma forse è
opportuno. Durante una settimana a Marsiglia, con un mistral da 50 a
60 nodi, ho visto rientrare delle imbarcazioni con l’angolo di scotta
della tempestina strappato via. Da parte di un velaio è un crimine
consegnare a un’imbarcazione una tempestina o una vela di cappa
capaci di mollare. Devono essere indistruttibili: può dipenderne,
talvolta, la vita dell’imbarcazione e dei suoi occupanti.
L’ANCORA GALLEGGIANTE
Anche a rischio di scandalizzare molte persone, debbo dire che la
ritengo sempre nociva. Se si prende la cappa e si fila l’ancora di prua,
avendo a poppa un po’ di vela o niente, l’imbarcazione darà indietro e
il suo timone, a meno che sia realmente di robustezza sproporzionata
alla barca, si romperà. Filandola di poppa, torniamo al discorso di quei
cavi e altri traini che taluni rimorchiano.
In un sol caso l’ancora galleggiante può essere utile: per ritardare la
fatale scadenza, quando un’imbarcazione scarroccia su una costa
sottovento. Può esserci un tempo troppo cattivo perché
quell’imbarcazione abbia modo di bordeggiare o di scostarsi dalla
costa; può darsi anche che delle avarie le impediscano di navigare di
bolina. L’ancora galleggiante limiterà di molto lo scarroccio e ritarderà
di altrettanto il momento in cui l’imbarcazione sarà gettata in costa.
Nel frattempo, il vento può girare o possono arrivare soccorsi.
L’ancora galleggiante dev’essere filata con un cavo di nailon e una
catena. L’elasticità del nailon e il peso della catena attutiranno i
contraccolpi. La catena dovrà essere dalla parte dell’imbarcazione,
perché il nailon non resisterebbe allo sfregamento nella bocca di
rancio. Se non si ha estrema fiducia nelle proprie gallocce, non
bisogna esitare a servirsi del piè d’albero come bitta di ormeggio.
ATTREZZATURE DI FORTUNA
TIMONE DI FORTUNA
Sono due le avarie di prima grandezza per cui si dovrà attrezzare un
dispositivo che permetta di fare rotta e rientrare in un porto: la
perdita del timone e il disalberamento.
In teoria è possibile governare l’imbarcazione anche senza timone,
giocando sulle scotte delle vele di prua e di poppa. A bordo di una
deriva è abbastanza facile; non cosi per una imbarcazione da crociera,
salvo il caso che abbia chiglia lunga e ottima stabilità. L’imbarcazione
con chiglia corta e timone situato lontano a poppa tiene la rotta con
buona stabilità, finché ha il suo timone; ma non la tiene più appena lo
perde. In queste condizioni governare un’imbarcazione per mezzo
delle sole scotte diventa, in pratica, impossibile.
Mi è capitata questa avaria a bordo del Pen Duick II mentre
partecipavamo alla regata Bermude-Copenaghen. Eravamo 450 miglia
a sud di Saint-Pierre e Miquelon. Correvamo a gran lasco, con
spinnaker grande e spinnaker di mezzana; l’imbarcazione governava
bene, non richiedeva sforzi sulla barra; ma tutt’a un tratto ho sentito
la barra completamente molle, e l’imbarcazione si è messa a orzare.
L’anima del timone – non calcolata in misura abbastanza robusta e il
cui metallo, infatti, si era affaticato – aveva finito col cedere, in capo a
parecchie migliaia di miglia, proprio un giorno in cui non le si
richiedevano dei grossi sforzi.
Abbiamo subito congegnato una specie di remo, per mezzo di un
tangone di spinnaker e di due paglioli. Queste due tavolette di
compensato vennero poste a V a un’estremità del tangone. Per
tenerle insieme ‘con qualche fissaggio al vertice della V, e per
assicurarle al tangone, si sfruttarono i fori che servono a sollevarle dal
pagliolato. In questo modo non abbiamo avuto da segare o forare e
tutto il materiale è risultato riutilizzabile tal quale. Un nostro
compagno d’equipaggio, non convinto di questo sistema, avrebbe
voluto praticare un’intaccatura nello specchio di poppa, segare il boma
di mezzana, ecc.: molti danni, in vista di un sistema complicatissimo,
di cui nessuno, del resto, ha capito un’accidente.
FOTO A PAG. 143
Il nostro, molto semplice, non funzionava poi tanto male. Avevamo
assicurato, verso l’altra. estremità del tangone, e perpendicolarmente
allo stesso, un pezzo di legno che serviva a far restare verticali le
tavole, che tendevano invece a mettersi in piatto sull’acqua. Il tango
ne, nel punto in cui era rizzato sullo specchio di poppa, era ben
fasciato di stracci, per evitare il logorio del legno. Una cima impediva
che il tango ne scivolasse verso poppa. Unico inconveniente era il
fatto che non potessimo superare 5 nodi, perché in tal caso, anche
mettendocisi in due, questa specie di remo di governo risultava troppo
faticoso da maneggiarsi. Riducevamo allora la velatura, allo scopo di
non superare quella velocità. Abbiamo facilmente raggiunto Saint
Pierre, in questo modo, in cinque giorni.
Ovviamente la moderata grandezza del Pen Duick II (6,5 t) facilitava
la cosa. Su una grossa imbarcazione, sarebbe diverso. Bisognerà
continuare ad attenersi, credo, a questo principio del remo di
governo, per la facilità di tradurlo in pratica. Il lavoro, però, sarà più
complicato, perché occorrerà fissare al tangone delle superfici
piuttosto grandi, e l’unione dovrà essere ben solida perché gli sforzi
saranno considerevoli. Il modo di armarlo dipenderà da che cosa si ha
a bordo. Durante la regata intorno al mondo a bordo del Kriter II,
Olivier de Kersauson, avendo perduto il timone, ne ha fabbricato uno
fissando su un tangone delle lamiere di alluminio. Si può provvedere
all’unione e al montaggio per mezzo di bulloni ma, disponendo di una
pistola sparachiodi, questa rappresenta ovviamente il mezzo più
semplice per fare un buon lavoro. Purtroppo, è raro che a bordo si
abbiano delle lamiere.
Una volta che questo remo sia stato confezionato, vari fattori – peso
del tangone, sforzo da esercitare per far evoluire l’imbarcazione,
altezza a cui l’estremità da manovrare verrà a trovarsi sopra la
coperta – rendono proibitivo il governo a mano da parte del timoniere.
Bisognerà disporre un paranco da entrambi i lati. Purtroppo i paranchi
tireranno verso il basso e avranno tendenza a far uscire dall’acqua la
pala. Sarà quindi necessario sorreggere l’estremità del tangone con
un cavo dato volta sullo strallo di poppa.
Se vi capita questa avaria, non credetevi in pericolo, salvo che
l’infortunio si produca vicino a una costa verso la quale il vento vi
spinge. Niente S.O.S., niente razzi: cercate di cavarvela da soli.
Ricordate che la presa a rimorchio di uno yacht da parte di un
mercantile si dimostra solitamente catastrofica. La nave non ha tempo
di rimorchiarvi abbastanza adagio. E nel passaggio del cavo di
rimorchio è anche più che probabile un abbordo. Eccetto che ci sia
calma piatta di mare (caso raro), scafo e attrezzatura patiranno non
pochi guai. Se volete cavarvela con il minimo di avarie, sbrigatevela
da soli.
Può dirsi lo stesso in caso di disalberamento. Armatevi di pazienza,
FOTO A PAG. 145
sacrificate tutto il tempo che occorre; ma rientrate in un porto con i
vostri mezzi.
ALBERO DI FORTUNA
Due possono essere i casi: quello in cui rimane un troncone dell’albero
e quello in cui non ne rimane affatto, sia perché l’albero si è spezzato
a livello della coperta, sia perché, essendo posato sulla coperta
stessa, è stato spazzato completamente via.
Il primo caso può considerarsi favorevole, in quanto permetterebbe di
attrezzare qualcosa di abbastanza notevole; ma avrete forse parecchi
fastidi per neutralizzare la testa d’albero o per sbarazzarvene. Spesso,
negli alberi costruiti in lega leggera, la rottura non è completa e un
pezzo di metallo continua a tenere unite le due parti dell’albero.
Ammesso che la rottura sia completa, le drizze interne collegheranno
tuttavia i due tronconi. Si potrà tentare di filarle; ma in genere si
incattiveranno nel punto di rottura, continuando a trattenere i pezzi.
Anche quando la rottura avviene sotto le crocette basse, più in su
della coperta, è probabile che, a sua volta, la parte inferiore cederà a
livello del ponte. Ci è accaduto proprio questo sul Pen Duick VI al
largo dei Glénans. Rimaneva un troncone di circa 5-6 metri che usciva
dal ponte, e la parte superiore dell’albero era trattenuta dalle drizze
interne. Quella massa di attrezzatura, trascinandosi in acqua su un
fianco dell’imbarcazione, le impediva di scarrocciare, costituendo
un’ancora galleggiante che esercitava una forte trazione laterale sulla
cima del tronco inferiore. Il quale, non sostenuto da alcuna sartia, si è
infine rotto, proprio sopra il punto dove le cavatoie di uscita delle
drizze indeboliscono il profilo. Ciò è avvenuto solo in capo a qualche
minuto, mentre cominciavamo a liberare la randa dal boma. In un
caso simile, quindi, bisogna avere ben presente la probabilità della
seconda rottura, e non mettersi là dove, quando accade, si può
ricevere qualcosa in testa. Bisogna evitare anche di arrampicarsi a far
lavori sulla rottura, prima di avere consolidato quella parte dell’albero.
Se la rottura avviene sopra le crocette, le sartie basse continueranno
a sostenere bene la parte bassa dell’albero. Può darsi che la rottura si
produca cosi in alto che la testa d’albero venga a trovarsi sopra la
coperta. Dondolerà pericolosamente, e bisognerà rizzarla saldamente
lungo la parte bassa. Ho visto prodursi un caso di questo genere in un
groppo violento davanti a Newport, mentre ero alla barra del 12 m SI
Constellation. La testa d’albero arrivava poco più in su della coperta;
ciò semplificava le cose per rizzarla, e non c’era mar grosso.
Se la testa d’albero è finita in acqua, secondo il peso della lunghezza
che è in mare, sarà possibile o impossibile riportarla sopra coperta.
Occorrerà cercare di disgiungere la randa di maestra dall’albero, e
probabilmente ciò non sarà facile, perché bisognerà certamente
arrampicarsi a tagliare la ralinga o le legature dei garrocci lungo la
parte inferiore dell’albero, cosi che la parte alta della vela possa
scorrere verso la testa d’albero. Se questa è in acqua, il recupero
della randa rischia di diventare difficile, forse impossibile. Quanto alla
testa d’albero, è vantaggioso che si riesca a recuperarla a bordo,
perché permetterà di riattrezzare un’altezza d’albero sulla quale si
potrà spiegare una superficie di vela abbastanza notevole. In
condizioni di cattivo tempo, bisognerà probabilmente aspettare un
miglioramento prima di poter mandare qualcuno a lavorare sul punto
della rottura.
FOTO A PAG. 147
Se questa si trova abbastanza più in su delle crocette, ci sarà da
compiere un’operazione discretamente sportiva, montando a riva fin li
a fissare un bozzello in cui inferi re una drizza per il balzo. Con ciò, il
più difficile è fatto. Forse bisognerà procedere in due riprese: fissare
un primo bozzello provvisorio, che permetterà di lavorare sul balzo e
fissarne più seriamente un secondo, la cui legatura non passi sulla
parte dell’albero che è da tagliare. Infatti, per impedire alla prima
legatura di scivolare, e data la necessità di fare alla svelta, si sarà
certamente dovuto farla passare sul punto della rottura. Attrezzato il
bansigo, sarà facile eliminare tutto ciò che collega l’una all’altra le due
parti dell’albero. Le drizze verranno troncate (oppure disimpegnate,
se è possibile farle scorrere) e le parti dell’albero che non si sono rotte
verranno tagliate con il seghetto. Non si dimentichi di armare per
prima cosa un bozzello, con una drizza data volta sulla parte superiore
dell’albero e tesata in modo da impedire che essa caschi brutalmente
in coperta. Cosi si potrà recuperarla pian piano. Prima di ciò, si
saranno smontate anche le crocette. Serviranno di nuovo, a meno che
l’albero abbia due piani di crocette, nel qual caso si riutilizzeranno,
probabilmente, quelle superiori.
In generale si recupererà la testa d’albero verso l’addietro. Cosi, per
lavorare, si avrà a disposizione tutta la parte di coperta fra il piè
d’albero e il pulpito di poppa. Viceversa, se si è recuperata la testa
d’albero verso prora, bisognerà arretrare il troncone, per poter
FOTO A PAG. 148
lavorare come si deve.
In entrambi i casi il metodo per rialberare sarà identico. Bisogna per
prima cosa riattrezzare un padiglione e delle drizze. Poi si accoppia la
parte inferiore del tronco ne recuperato contro il pezzo che esce dal
ponte, sia con una trincatura sia con biette di legno. Gli stralli di prora
e di poppa passeranno ciascuno in un bozzello al punto di mura e a
poppa dell’imbarcazione. Lo strallo poppiero (paterazzo) può essere
doppio e allora ciascuno dei cavi passa in un bozzello a murata.
Secondo i casi si teserà col winch sia lo strallo prodiero, sia quello
poppiero o i paterazzi, filando, al bisogno, lo strallo poppiero o i
paterazzi oppure lo strallo prodiero.
FOTO A PAG. 149
Se si è previsto soltanto uno
strallo prodiero, occorrerà sostenere l’albero lateralmente con una
cima per ciascuna banda. Quando l’albero è ben verticale, e se la sua
altezza vi accontenta, potete fermarvi a questo. Si tesino bene gli
stralli e si aggiustino le sartie.
Se l’altezza non basta, si può issare il tronco ne superiore lungo il
tronco basso dell’albero cosi come si ghinda un alberetto di
controranda nelle attrezzature auriche. Per questa operazione
bisognerà sgobbare; ma, se si è lontani da un porto, ne vale la pena.
Sui lati e in alto del tronco basso bisognerà armare, da una banda,
l’estremità di un cavo e, dall’altra, un bozzello. A questo fine sarà
forse necessario praticare dei fori per poter fare delle legature in cavo
di acciaio.
FOTO A PAG. 150
Un altro bozzello sarà assicurato alla rabazza (al piede)
della parte superiore. Dunque il cavo, sia metallico, sia tessile, partirà
da un lato della testa del tronco basso, farà via nel bozzello al piede
del troncone superiore, poi nel bozzello armato in testa al tronco
basso e infine in un bozzello armato in coperta, prima di arrivare a un
winch. In questo modo, allascando quanto basta gli stralli e, se ci
sono, le cime laterali e alando con il winch la manovra che si è ora
guarnita, si può issare la parte superiore dell’albero. Se temete che il
cavo o i bozzelli non abbiano resistenza sufficiente per incassare la
compressione cui sarà sottoposta, in navigazione, la parte superiore,
potete porre un buono sbirro di cavo metallico, che fa via nelle tacche
in testa del tronco basso e sotto il piede dell’albero superiore. Per
mettere lo sbirro in tensione si allascherà il cavo che è servito a
issare. Si accoppieranno le due parti dell’albero cingendole con una
legatura ben trincata al torcitoio. Si teseranno a ferro gli stralli e si
regoleranno le sartie. Per riutilizzare gli arridatoi bisognerà rifare una
gassa. Vi si provvederà con dei morsetti (è sempre utile averne una
piccola riserva a bordo) oppure, se non se ne hanno, con legature ben
fatte, che non scivolino. Se le sartie hanno gli arridatoi inseriti,
bisognerà tagliarle e intugliarle alla lunghezza voluta per mezzo di gas
se l’una nell’altra.
Adesso si potrà alzare su quest’albero, a proravia un piccolo fiocco e a
poppavia la randa terzarolata, qualora sia stato possibile recuperarla
FOTO A PAG. 151
in buone condizioni, o la randa di cappa, oppure un fiocco, che verrà
ad avere l’angolo di scotta molto in alto e dovrà essere bordato per
mezzo di un bozzello fissato sullo strallo o meglio sui due stralli di
poppa. È anche possibile alzare un fiocco in cui l’inferitura diventa la
caduta poppiera; ma il rendimento sarà pessimo.
Se ci si ritrova rasati come un pontone e se dell’albero non c’è modo
di recuperare nulla, come avviene spesso, purtroppo, quando si tratta
di un’imbarcazione grande, allora si può alberare il boma, se è rimasto
a bordo, oppure alberare i tangoni, che, nelle attrezzature moderne,
sono spesso più lunghi del boma. Abbiamo fatto appunto questo sul
Pen Duick VI. Si procede nel modo seguente.
FOTO A PAG. 152
La base dei tangoni viene fissata, rispettivamente, alle landre
dell’una e dell’altra banda.
Si collegano fra loro le varee con una buona legatura. Vi si armano gli
stralli di prua e di poppa e vi si attrezzano due bozzelli di drizza. In
questo modo abbiamo potuto alzare a proravia la tempestina e a
poppavia la randa di cappa con l’inferitura come bordame. Non è
molto, certo. Ma per fortuna, dato che il Pen Duick VI è un ketch,
avevamo anche l’albero di mezzana e ciò, alle andature larghe, ci
dava ugualmente una buona superficie velica, grazie alla carbonera.
Sarebbe difficile per uno sloop contentarsi delle vele che si possono
spiegare con questo metodo.
FOTO A PAG. 153
Si possono in tal caso intestare i due tangoni. Una legatura che passa
nelle due ferramenta sopporterà la compressione e una trincatura ben
stretta con un torcitoio le manterrà l’una contro l’altra. Come sartiame
la testa del tangone inferiore avrà uno strallo basso o due sartie a
proravia e due sartie basse a poppavia. Secondo il tipo, sarà
necessario oppure no togliere la ferramenta dall’estremità del tangone
che si appoggia sulla coperta.
Senza dubbio questa attrezzatura sarà fragile e, se c’è vento,
bisognerà avere dei riguardi.
UOMO IN MARE
COME RECUPERARE UN UOMO IN MARE
Principio fondamentale: conservare il sangue freddo,in modo da
effettuare la manovra nell’ordine, e con metodo.
Fasi
1) Lanciare la boetta con asta da segnale, se ce n’è una a bordo.
2) Adibire un uomo d’equipaggio alla vigilanza dell’uomo in mare.
Non dovrà assolutamente staccare gli occhi da lui, perché non c’è
nulla di più difficile che individuare un puntolino in mezzo alle onde,
quando lo si è perso di vista.
3) Contemporaneamente a 1 e 2 il timoniere viene ,rapidamente con
vento al traverso in rapporto al vento vero.
4) Correre cosi per alcune lunghezze dell’imbarcazione, poi venire con
vento in poppa.
5) Strambare, poi orzare fino a vento al traverso, dirigendo su un
punto sottovento all’uomo.
6) Venire con vento in prua senza dirigere sull’uomo, bisogna
oltrepassarlo un poco. Si valuta un tratto più corto di quello
necessario per fermarsi. Cosi si oltrepasserà l’uomo.
7) Virare tenendo il fiocco a collo per trovarsi alla cappa sopravvento
all’uomo. Cosi si scarroccerà sull’uomo con vento al traverso,
toccando, se occorre, la scotta della randa.
Modalità della manovra
Non bisogna arrivare addosso all’uomo con vento in prua, perché, nel
beccheggio, si rischia di ucciderlo o massacrarlo con un colpo di
tagliamare. C’è vantaggio a terminare la manovra alla cappa,
sopravvento all’uomo, poiché sarà più facile riprenderlo a bordo in
quanto l’imbarcazione scarroccerà verso di lui. Si sono visti spesso
degli uomini che non ce la fanno a rimontare a bordo, neanche con
l’aiuto dell’equipaggio. Se i membri di quest’ultimo sono sportivi, non
ci sono problemi; ma, nel caso di gente fisicamente malandata, c’è da
aspettarsi che non sia in grado di issare a bordo un uomo corpulento
e stremato di forze.
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Perciò, senza perdere tempo stupidamente in vani sforzi, bisognerà
prendere una drizza (quella dello spinnaker sarà la più adatta) e
incocciarla alla cintura di sicurezza, se l’uomo in mare l’ha indosso,
oppure a una cima che gli si sarà imbracata sotto le ascelle. In questo
caso bisognerà pur sempre che egli abbia la forza di tenere le braccia
abbassate, per impedire che la cima scivoli. Poi verrà issato col winch.
Si può anche gettargli il bansigo, se è in grado di farselo passare sotto
i piedi e sedervisi; ma ciò presuppone che l’uomo stia a galla con una
certa scioltezza.
Durante la manovra è importantissimo che si sappia in ogni momento
dov’è l’uomo. Se appena lo si perde di vista, può darsi che non lo si
ritroyi più, nei cavi delle onde, se c’è un po’ di mare. E dunque assai
opportuno che a bordo ci sia del buon materiale di segnalazione: di
giorno, un’asta da segnale ormeggiata alla boetta, di notte una
potente fonte luminosa ad accensione automatica, anch’essa
ormeggiata alla boetta. Ci vuole del tempo, per lanciare la boetta e,
se l’imbarcazione corre veloce, la boetta stessa cadrà dunque a
qualche distanza dall’uomo. Se c’è vento forte, scarroccerà più
velocemente di lui, che dal canto suo non potrà nuotare verso di essa.
Perciò le si aggiunge anche una piccola ancora galleggiante, che ne
limita lo scarroccio.
Si può mancare la manovra. Ciò non toglie che si passerà ugualmente
a qualche metro dall’uomo. Bisogna quindi avere pronta una cima da
FOTO A PAG. 158
FOTO A PAG. 159
gettare, se il naufrago può agguantarla e ha la forza di trattenerla: in
questo modo si potrà riportarlo lungo il bordo, senza dover rifare il
giro.
Il caso più fastidioso, evidentemente, è quello in cui c’è vento e si
corre in poppa sotto spinnaker. Se, per orzare, si aspettasse di avere
ammainato lo spinnaker, si farebbe troppo cammino. Si filerà subito il
braccio del tango ne per portarlo verso prua e contemporaneamente il
timoniere verrà con vento al traverso. Allora si ammainerà lo
spinnaker, si stiverà il tangone e si alzerà nuovamente una vela di
prua, in modo da poter prendere la cappa nel finale. Nel frattempo si
sarà compiuto il piccolo circuito normale: vento in poppa, strambata,
vento al traverso.
FOTO A PAG. 160
Bisogna esercitarsi alla manovra d’uomo in mare, allenandosi a
tornare su un gavitello lanciato in acqua. Occorre averla compiuta
anche con cattivo tempo, per non farsi sorprendere e fermarsi troppo
corti in finale. Con vento in prua, se c’è vento fresco e mare agitato,
ci si stupirà della breve distanza che occorre per fermarsi. Purtroppo,
quando c’è cattivo tempo, si esiterà ad allenarsi in questo modo e, in
definitiva, si rinuncerà. È davvero un peccato.
RIMORCHIO
COME RIMORCHIARE UNA IMBARCAZIONE
I modi per rimorchiare un’imbarcazione sono due: il rimorchio af
fiancato e il rimorchio di punta.
Rimorchio affiancato
Il rimorchio affiancato deve considerarsi «di manovra ». Consente
infatti delle evoluzioni strette, dei giri sul posto. E, soprattutto,
permette di spegnere rapidamente l’abbrivo del rimorchiato, per
fermarsi molto presto. Sarà dunque questo il tipo da scegliere ogni
volta che occorra manovrare in un porto, purché la potenza del
motore del rimorchiante sia sufficiente. In caso contrario, tutto il
complesso rischia di trovarsi a governare molto male. Per esempio,
un’imbarcazione a vela con motore ausiliario governerà con difficoltà
accoppiata con un’altra imbarcazione a vela, della medesima
grandezza, il cui motore è in avaria.
L’ormeggio del rimorchiante deve effettuarsi sull’addietro del
rimorchiato. Questo principio è molto importante ai fini delle qualità
evolutive del complesso. Ovviamente il timone del rimorchiante, per
essere efficace, deve trovarsi alla stessa altezza della poppa del
rimorchiato. E in questo caso sarà infatti quest’ultimo che governerà,
trovandosi nei filetti d’acqua del elica del primo. L’ormeggio si
effettuerà, a prua, con un cavo di prua e uno spring e, a poppa, con
un traversino. Affinché le due imbarcazioni non abbiano troppo gioco
l’una rispetto all’altra, quando il rimorchiante passerà da macchina
avanti a macchina indietro o viceversa, occorre che tutte queste cime
siano ben tesate. Se non sono armate su qualche winch, cosa che
consente di provvedere a tesarle correttamente, si dovrà farlo a
mano, tesando bene i cavi a prua e poi facendo macchina indietro con
il rimorchiatore per ricuperare a fondo l’imbando del traversino a
poppa. Non si dimentichi di dar fuori dei buoni parabordi, perché la
pressione fra i due scafi potrà risultare piuttosto forte.
Se l’elica o le eliche del rimorchiante sono in posizione decentrata,
bisognerà tenerne conto, nella manovra, in relazione al rimorchiato,
salvo che il rimorchiante sia cosi potente che per esso l’effetto
dell’imbarcazione affiancata risulti irrilevante. In particolare, il giro sul
posto potrà effettuarsi soltanto dalla parte del rimorchiante.
FOTO A PAG. 163
Questo, grazie al suo colpetto di motore, sposterà la propria poppa
dalla parte opposta a quella su cui si trova ormeggiato e, quando farà
macchina indietro, l’evoluzione continuerà nello stesso senso. Si dovrà
sempre tenere bene a mente la forte azione del decentramento delle
eliche, in tutte le manovre, quando il rimorchiatore fa macchina
indietro. Perciò, e in dipendenza della manovra prevista, sarà spesso
importante che il rimorchiante non si metta da un lato scelto a caso.
Rimorchio di punta
In mare aperto il rimorchio affiancato non è consigliabile perché, se
c’è appena un po’ di mare mosso, i parabordi rischiano di essere posti
a dura prova. Il rimorchio marino, perciò, sarà sempre di punta.
L’unico problema, in questi rimorchi, consiste nel cattivo tempo. In tal
caso non si esiti a filare grande imbando di cavo. Se l’operazione deve
durare a lungo, il cavo i nailon non resisterà a lo sfregamento nelle
bocche di rancio del rimorchiante e del rimorchiato. Sarà quindi
intugliato, a catena o cavo metallico, a entrambe le estremità. Se le
gallocce d’ormeggio non appaiono abbastanza robuste, bisogna
servirsi degli alberi. Per quel che riguarda il rimorchiato, ciò non pone
problemi di sorta. Sul rimorchiante, invece, la catena deve andare
dall’albero alla bocca di rancio poppiera evitando le sovrastrutture e
non disturbando la manovra se il rimorchiante è a vela. A questo
scopo basterà assicurarla, di tanto in tanto, a dei punti solidi. Poiché
la catena non ha elasticità, non ci sarà sfregamento e le legature non
si logoreranno.
Se c’è vento e mare, passare il cavo di rimorchio è operazione
discretamente spinosa. Mi è capitato cosi di dover dare il rimorchio a
un’imbarcazione a motore, con un vento di circa 25-30 nodi e mare
mosso. Non avevamo elettricità a bordo e ciò non permetteva di
accendere il motore. Non si può arrivare a bassa velocità, con vento in
prua, per passare il cavo di rimorchio: ci si ritroverebbe fermati quasi
istantaneamente dal mare e dal vento, e con molta probabilità si
rischierebbe di abbattere sull’altra imbarcazione. Mi sono dunque
presentato con vento al traverso, dirigendo ben sotto vento al
motoscafo. Poi ho orzato per passare sopravvento di bolina stretta ma
senza bordare le vele. L’imbarcazione, in questo modo, è risultata
molto rallentata, ma continuando a governare. Col fiocco alzato era
impossibile lanciare il rimorchio da prua e l’uomo che lo faceva era
verso la metà dell’imbarcazione. Tenuto conto della lunghezza del Pen
Duick VI, il problema sta nel fatto che – nel tempo occorrente a
percorrere una mezza lunghezza dell’imbarcazione (a poca velocità) –
il motoscafo, che invece scarroccia molto velocemente, si allontana
notevolmente sottovento. Per fortuna i destinatari si dimostrarono in
gamba e afferrarono a volo, per un pelo, il cavo di rimorchio. Non era
possibile, del resto, passare più vicino. Vista dal motoscafo, la prua
del Pen Duick che si sollevava molto in alto sul mare e che ricadeva
vicinissima era, a quanto pare, impressionante, come pure la scotta
FOTO A PAG. 165
del fiocco che sbatteva sopra le teste degli occupanti.
Abbiate sempre a mente che è un grosso azzardo prendere il
rimorchio da una nave da carico con uno yacht. L’imbarcazione a vela
subirà, quasi immancabilmente, numerose avarie. Del resto il
comandante del cargo rifiuterà spesso di dare il rimorchio allo yacht,
proponendo invece, in caso di pericolo, di prendere a bordo
l’equipaggio.
FOTO A PAG. 166
FOTO A PAG. 167
LAVORI MARINARESCHI COMUNI
NODI
Per manovrare correttamente, è molto importante che si sappiano
fare alcuni nodi. Inutile sforzarsi d’imparare i molteplici nodi
complicati descritti nei manuali di lavori marinareschi, che tolgono
subito la voglia al principiante. In fondo basta che si sappia farne solo
quattro, ma bene. Troppa gente si vede ancora in giro, che ha la
pretesa di saper andare a vela e che si trova nell’imbarazzo appena
deve fare un ormeggio (e fra quanti praticano la motonautica il caso è
ancor più frequente).
Ricordo sempre un arrivo nel porto di S. Sebastian, a bordo di uno
yacht francese del cui equipaggio facevo parte. Da allora sono passati
un bel po’ di anni: facevo le mie primissime regate di altura. Bisogna
va stendere un ormeggio a banchina. Saltiamo in due nel canotto (a
quell’epoca, in regata di altura, erano obbligatori i canotti rigidi). lo, il
ragazzo dell’equipaggio, mi metto ai remi e l’altro, un signore che
navigava da anni, si mette a poppa con in mano il cavo che ci filavano
da bordo. Lo sbarco alla scaletta, con il suo cavo. Ebbene, non è mai
stato capace di darle volta all’anellone. Alla fine è stato uno spagnolo
a venire in suo aiuto. Era un giorno di festa del mare e le banchine
erano gremite di persone. Ero mortificatissimo, pensando a che
opinione doveva essersi fatta, quella folla, di diportisti francesi. C’è da
aggiungere che in questo episodio – a parte l’attimo di vergogna che,
contrariamente a quel che si dice solitamente, non è ancora passato –
non potevano prodursi conseguenze più incresciose; ma spesso si
possono verificare degli incidenti, almeno materiali, causati da un
ormeggio mal fatto o da un nodo che non è stato eseguito abbastanza
alla svelta.
Gassa d’amante
Quello che probabilmente si adopera più spesso è la gassa d’amante.
Viene davvero impiegata in continuazione. È appunto il nodo che
quel diportista, a San Sebastiàn, non fu in grado di fare. Lo si usa per
confezionare una cocca, un occhio, all’estremità di una cima da
abbittare. Lo stesso servirà a mettere le scotte di un fiocco, a far nodo
scorsoio all’estremità di una borosa e in cento altre occasioni. I pregi
di questo nodo consistono nella sua sicurezza, e nella facilità per
scioglierlo anche quando è stato sottoposto a forti trazioni. Però
bisogna che sia fatto bene, cioè che si abbia avuto cura di stringerlo
bene a mano. Troppo spesso si vedono degli uomini di bordo che non
prendono questa precauzione. Risultato: il nodo può scivolare prima di
essersi stretto da solo, o sciogliersi se, prima di aver lavorato, viene
scosso da una bugna che sbatte, oppure (cosa che accade di rado, è
vero, ma che pur sempre accade ogni tanto) può capitare che si
stringa male e, se ha molto lavorato, non si potrà più scioglierlo che
con martello e caviglia d’impiombatura, dopo un quarto d’ora di sforzi.
Dunque, niente gassa d’amante fatta a scappa e fuggi. In questo,
come in altri elementi della manovra, occorre avere il gusto del lavoro
ben fatto e rifinito. Ci si risparmieranno cosi molti fastidi, avendo cura
di cose che, agli occhi di alcuni, possono sembrare dei semplici
dettagli, ma che sono molto importanti.
Nodo di scotta
Il nodo di scotta si userà per intugliare, per unire due cavi l’uno nel
prolungamento dell’altro. A questo scopo taluni usano il nodo piano:
che, invece, a bordo della barca, dev’essere completamente messo al
bando. Non bisogna mai adoperarlo. Se i due cavi non sono d’identica
grossezza, il nodo piano scivolerà. E, se è troppo stretto, non potrà
più sciogliersi. Il nodo di scotta ovvia a questi difetti.
FOTO A PAG. 171
Mezzo collo
Bisogna conoscere inoltre i mezzi colli, fra cui la volta con mezzo
parlato, di uso corrente negli ormeggi. Si stia bene attenti al fatto che
il cavo deve girare sempre nello stesso senso. Al fine di scioglierlo
facilmente si userà il cavo a doppino e si faranno facilmente due
mezzi colli ganciati.
Parlato
Infine, i parlati: sono dei mezzi colli presi su un oggetto rigido invece
di essere rifatti sul cavo stesso.
Come si può vedere, quel che c’è da imparare non è molto difficile,
eppure basterà per sbrogliarsela in quasi tutti i casi.
FOTO A PAG. 172
FOTO A PAG. 173
Nodo di bozza
Come scelta facoltativa, aggiungerò un quinto nodo: quello di bozza,
che rende molti servizi e che pochi sanno fare.
Per esempio, due cavi sono dati volta sulla medesima galloccia e si
vuol liberare quello sottostante; ora, quello soprastante lavora, non si
può mollarlo ed è troppo in tensione per permettere di tenerlo
manualmente, anche per poco. Si provvederà ad abbozzarlo e ciò
permetterà di toglierlo dalla galloccia pur conservandogli la trazione.
Se vi pare che il punto di chiamata del vostro fiocco è mal regolato, e
desiderate rettificarlo senza però filare completamente la scotta,
anche in questo caso si abbozzerà la scotta: cosi il fiocco potrà
continuare a lavorare e la scotta non sbatterà violentemente mentre
si sposta il bozzello di scotta.
FOTO A PAG. 174
FOTO A PAG. 175
A questo fine, si prenderà una cima qualsiasi, ma preferibilmente
abbastanza flessibile, per fare la bozza. A bordo del Pen Duick VI ho
una cima da 3 a 4 metri che tengo in serbo per questo uso. È un cavo
di 24 mm (gli ormeggi e le scotte del Pen Duick VI hanno lo stesso
diametro), fatto di legnoli di tergal intrecciato, dal quale ho tolto via
l’anima. Rimane solido a sufficienza ma cosi acquista una grande
flessibilità, che è ideale per un nodo di bozza.
Si dà volta a un’estremità della bozza a un punto fisso per mezzo di
una gassa d’amante e si fa l’abbozzatura sul cavo in tensione. A
questo scopo, la bozza farà intorno a quest’ultimo due volte tonde,
tornando verso il punto fisso. Poi si ripartirà nell’altra direzione,
facendo girare la bozza a spirale, in senso contrario alle volte tonde.
Dopo avere preso cosi quattro o cinque colli su circa 50 cm, si
terminerà con due mezzi colli. A questo punto si potrà mettere la
bozza in tensione, filando pian piano il cavo da abbozzare e lasciando
che il nodo si stringa progressivamente. Quando la bozza sarà in
tensione stabilizzata, si potrà mollare completamente il cavo.
Dirò infine che a mio parere non si può essere considerati dei marinai
se non SI sanno fare alcuni lavori di veleria e delle impiombature.
Il diportista medio, che in crociera non naviga mai molto lontano dai
servizi di un velaio, può fare a meno di queste conoscenze, che
tuttavia non saranno inutili neanche per lui. Viceversa diventano
necessarie per la navigazione di altura. Alla lunga il filo delle cuciture
si logora; bisogna saperle rifare quando mollano. Bisogna saper fare
un rammendo per tappare uno strappo. Altrimenti, in capo a un po’ di
tempo, si rischia di non avere più vele in condizioni da poter essere
alzate.
Allo stesso modo, se si vuole mantenere in buono stato le manovre
correnti, è indispensabile che si conoscano le diverse specie di
impiombatura, su cavo metallico e su cavo tessile.
FOTO A PAG. 63
2 ) MANUALE PRATICO DELLE MANOVRE
Attrezzatura per l’ormeggio e l’ancoraggio
Ogni imbarcazione dai 12-13 metri in su deve avere a prua:
1) Due solide gallocce. Troppe imbarcazioni ne possiedono una
sola e cosi ci si trova spesso nei pasticci poiché si hanno parecchi cavi
dati volta alla medesima galloccia. Le gallocce devono essere piuttosto
grandi: spesso si ha bisogno di dar volta a vari cavi, l’uno sull’altro e
talora … anche grossi.
2) Come passacavo, due buone bocche di rancio bene
arrotondate per non logorare i cavi.
3) Al minimo una puleggia per la catena, ma meglio ancora due,
per potere dar fuori due catene.
A poppa:
1) Due buoni passacavi.
2) Due robuste gallocce, salvo che i winch del pozzetto possano
servire a questo scopo.
FOTO A PAG. 64
Occorre un arganello? A bordo delle imbarcazioni destinate a navigare
con equipaggio numeroso, non vale la pena di armarlo in quanto
parecchi uomini potranno, manualmente, salpare l’ancora più rapi
damente che con l’arganello. Se mai l’ancora risulti incattivata è facile
far arrivare a un grosso winch il cavo, o una cima data volta alla ca
tena.
Se l’imbarcazione deve navigare con equipaggio molto ridotto, un
buon piccolo arganello sarà utile. L’ancora verrà su lentamente; ma
verrà su.
FOTO A PAG. 65
METTERE IN SECCO
FOTO A PAG. 68
PUNTELLAMENTO
Nonostante l’ingombro dei puntelli, spesso conviene averli a bordo
delle imbarcazioni che potrebbero doverli usare, specie in certi mari,
che sono poi la maggioranza. Si può aver bisogno di puntellare per far
carena o per sopportare la bassa marea in ormeggi che, con l’acqua
bassa, restano a secco. I puntelli devono essere attrezzati con una
cima che dal piede fa via verso prua, e con un’altra verso poppa. Se
l’imbarcazione resta in secco inclinata verso prua, bisogna regolare i
puntelli in modo che quando sarà completamente in secco essi
risultino perpendicolari al fondo.
FOTO A PAG. 69
E’ ovvio che si prevede il puntellamento solo su fondi che, a quanto si
sa, sono quasi lisci. Farlo su un fondo irregolare sarebbe assai perico
loso. Uno dei puntelli potrebbe venirsi a trovare sopra una buca. Allo
ra c’è il rischio che l’imbarcazione, una volta in secca, si abbatta da
quel lato con il pericolo che il supporto del puntello venga strappato
insieme con qualche pezzo di fasciame. Oppure l’imbarcazione
sbanderà su quel lato, quando potrebbe essere troppo tardi per farla
sbandare dall’altro. Non resta che toglier via rapidamente il puntello,
se si è ancora in tempo.
FOTO A PAG. 70
RESTARE IN SECCO LUNGO UNA BANCHINA
Per essere certi che l’imbarcazione si appoggerà bene alla banchina la
si fa sbandare leggermente, spostando un po’ i pesi a bordo. Per
esempio, si possono mettere in coperta, dalla parte della banchina,
un’ancora e la catena. Poi, per maggior sicurezza, si prenderà una
drizza, preferibilmente quella dello spinnaker, perché può far forza di
lato; le si darà volta, al traverso, su un punto fisso (anello o bitta)
della banchina. A mano a mano che la marea calerà, si ripiglierà il
calumo della drizza, affinché rimanga sempre ben tesata.
Inconveniente: ciò «incollerà » l’imbarcazione lungo la banchina e, se
non si è avuta la precauzione di far sbandare un poco l’imbarcazione
con dei pesi, questa resterà in secco molto verticalmente.
Si può anche – purché l’imbarcazione in secco resti quasi orizzontale
sulla chiglia – usare in luogo della drizza (che dev’essere regolata a
mano a mano che il livello del mare cala) un ormeggio fra una sartia e
un punto fisso in banchina al traverso dell’albero: ormeggio che scorre
sulla sartia. Cosi l’imbarcazione potrà restare in secco da sola, senza
richiedere sorveglianza.
Può darsi che le imbarcazioni con una chiglia costituita da una pinna
molto stretta non stiano in equilibrio su quest’ultima e cadano sulla
prua o sulla poppa. Il Pen Duick III cadeva sulla poppa. Ciò non
toglieva che potessimo restare in secco lungo una banchina, a
condizione che a terra ci fosse, molto avanti, di prua, una bitta su cui
dar volta a una drizza dello spinnaker, allungata con un cavo. Tesando
la drizza non c’erano più problemi per tenere verticale l’imbarcazione.
Non occorrevano grossi sforzi per far cambiare a volontà l’assetto
della barca. Infatti, esercitando la trazione sulla testa d’albero, quanto
più orizzontalmente possibile, si lavora con un braccio di leva molto
rilevante. Credo che, disponendo di bitte in posizione opportuna, si
può tenere in equilibrio sulla chiglia qualsiasi imbarcazione,
unicamente con le drizze di testa d’albero: la drizza del fiocco verso
prua, quella della randa verso poppa e le due drizze dello spinnaker
parte per parte. Col Pen Duick III facilitavamo le cose restando in
secco – quando era possibile e contrariamente alla consuetudine – con
la poppa verso la parte ove il fondo saliva.
FOTO A PAG. 71
INCAGLIARE
INCAGLIO
Non tutti gli incagli, per fortuna, sono catastrofici. In un gran numero
di casi ci si potrà disincagliare da soli e rapidamente. Nel nostro in
caglio sulla spiaggia di Uvéa, di cui ho fatto cenno prima, eravamo
andati in secco parallelamente alla spiaggia, sulla quale ci spingevano
il vento e il mare. C’erano circa 20 nodi di vento, che arrivava con un
angolo di circa 45° a sinistra da prua. Dovevamo dunque far virare la
barca, per trovarci di bolina, con mure a dritta, perpendicolari alla
spiaggia e prua verso il largo. Abbiamo issato la randa di maestra,
che, sul Pen Duick III, era la vela di poppa, tesandola e portandola
progressivamente al vento. Cosi siamo riusciti a mettere la barca con
vento in prua. Issando la trinchettina a collo, bordata a dritta, la barca
ha abbattuto a sinistra. Si è allora bordata normalmente la
trinchettina, e si è bordata la randa di maestra in modo che la barca
restasse perpendicolare alla spiaggia. Per far sbandare la barca e
avere forza propulsiva, abbiamo issato la trinchetta e lo yankee
grande, ammainato poi (non appena disincagliata la barca) perché,
tenuto conto del vento, era un po’ troppo ampio.
Il Pen Duick III era veramente una barca da permettere una simile
manovra. La chiglia corta a bulbo arrotondato da tutte le parti, è
ideale per far ruotare su di essa un’imbarcazione arenata. Con
un’imbarcazione a chiglia lunga non ci sarebbe stata alcuna possibilità
di farlo. Inoltre, l’attrezzatura a goletta o quella a ketch sono
particolarmente favorevoli per far girare l’imbarcazione e portarla con
la prua nel letto del vento.
DISINCAGLIO
Secondo l’imbarcazione, la manovra per disincagliarla sarà diversa.
Risulterà più facile o meno facile e coronata oppure no da successo.
Le imbarcazioni a chiglia lunga, salvo che non incaglino andando di
bolina e con la marea montante, non hanno possibilità alcuna di
cavarsene sotto vela. Se negli altri casi l’arenamento è avvenuto
molto adagio, potranno senza dubbio cavarsela a motore, altrimenti
dovranno farsi soccorrere da un rimorchiatore o stendere delle ancore
e alarsi su quelle.
Per le altre imbarcazioni, con chiglia mediamente lunga o corta, ecco
alcuni esempi di disincaglio sotto vela. In questi esempi di incaglio
lungo una costa o su un banco, si suppone che il fondale aumenti
nella direzione dalla quale proviene l’imbarcazione.
Il vento soffia perpendicolarmente dalla costa e quindi la barca va in
secco di bolina stretta. In questo caso, bisogna ammainare le vele
poppiere. Allora, forse, il fiocco potrà far abbattere fino al gran lasco.
Si isseranno di nuovo le vele poppiere, evitando che facciano orzare
troppo presto. Non esitare, se occorre, a dare lo spinnaker.
FOTO A PAG. 75
Il vento viene dalla costa obliquamente e l’incaglio si produce di bo
lina, perpendicolarmente alla costa.
Con un’imbarcazione a chiglia corta e attrezzatura a due alberi, si
potrà tentare di virare in prua conservando soltanto la vela poppiera,
bordata sopravvento. Oltrepassato il letto del vento, far abbattere:
l’imbarcazione si troverà con prua ben verso il largo, e con vento al
traverso, cioè l’andatura più favorevole.
FOTO A PAG. 76
FOTO A PAG. 77
Se non si riesce a oltrepassare il letto del vento, o si è a bordo di un
cutter o di uno sloop, bisognerà cercare di far abbattere; ma cosi l’an
datura per liberarsi dalla costa risulterà a vento in poppa, a meno di
poter mettere in panna. Il fiocco riuscirà a farvi abbattere soltanto
fino al gran lasco, nelle migliori condizioni. Per potere cambiar mure
bisognerà spingere il boma della randa e metterla a collo. La forza
laterale esercitata dalla randa potrà sicuramente far oltrepassare alla
poppa il letto del vento. Allora si potrà orzare con vento al traverso.
Se non si sarà potuto virare in poppa cosi, lo spinnaker potrà forse «
strapparvi via» con vento in poppa.
Il vento soffia perpendicolarmente alla costa e ci si arena con vento in
poppa. Bisogna ammainare le vele di prua e cercare di far orzare
FOTO A PAG. 78
l’imbarcazione, con le vele poppiere, fino alla bolina stretta. Si
isseranno nuovamente i fiocchi per partire di bolina.
Il vento soffia obliquamente verso la costa e si va in secco a gran
lasco. Bisogna ammainare le vele di poppa e cercare di abbattere
mettendo le a collo. Allora ci si potrà disincagliare con vento al
traverso.
È ovvio che il successo dell’operazione dipenderà in buona parte dalla
velocità dell’imbarcazione al momento dell’incaglio e dalla natura del
fondo. I fondi di melma sono pessimi, perché la chiglia vi si ficcherà
profondamente, impedendo ogni rotazione. I fondi migliori sono fatti
di sabbia dura. Fermeranno l’imbarcazione rapidamente senza
rovinare la chiglia, e la manovra di disincaglio ha molte probabilità di
riuscire. E’ anche necessario che ci sia vento. Con vento debole
l’incaglio avverrà lentamente, ma le vele non avranno alcuna efficacia
per la manovra e l’imbarcazione non si muoverà.
Se si resta arenati e la marea sta calando, diventa necessario chie
dere rapidamente un aiuto esterno. Questo deve poter intervenire nei
pochi minuti che seguono, altrimenti siamo destinati a passare li
alcune ore ad aspettare che il mare risalga.
Il fianco dell’imbarcazione rischia di posarsi su dei ciotoli o delle rocce.
Occorrerà cercare di proteggerlo. Se si può andare a terra e trovare
dei vecchi copertoni, è la cosa migliore; altrimenti bisognerà forse
sacrificare un paio di sacchi da vele. I materassi possono costituire
una buona protezione, soprattutto per un’imbarcazione piccola.
FOTO A PAG. 79
Se il mare si ritira lontano, si potrà approfittarne per andare a
stendere delle ancore che serviranno al disincaglio, avendo cura di
affondarle bene o sistemandole in un anfratto per essere sicuri della
loro buona tenuta.
Se il livello del mare monta e, mentre il vento spinge la barca verso la
costa, l’imbarcazione non vuol girare, oppure se non c’è marea,
bisognerà dar fondo un’ancora e alare su di essa. Bisogna utilizzare
l’ancora più robusta che c’è a bordo, con molta catena, imbarcare il
tutto nel battellino rimorchiando un cavo, dato volta al capo della
catena, che viene filato da bordo. Ripeto la raccomandazione di non
cercare di rimorchiare la catena: dato il suo peso, non andreste
lontani. Invece bisogna portare l’ancora quanto più lontano possibile.
Se è pesante, la si metterà in bilico sulla poppa del battellino.
Quest’ultimo subirà un po’ di usura, quando si filerà la catena; ma
non si può fare altrimenti. Non si può più far altro che sperare che i
nostri winch si dimostrino abbastanza robusti e che l’ancora non ari.
Se la speranza non si avvera, è possibile, avendo a bordo il materiale
sufficiente, tentare ancora una cosa: bisogna stendere al traverso,
sempre il più lontano possibile, una grossa ancora con un buon
calumo di catena. Se si dispone di un salmone per zavorrare
l’estremità della catena, tanto meglio. Sul capo che torna a bordo si
dà volta la drizza dello spinnaker, e cosi si può facilmente far
sbandare l’imbarcazione. Continuando ad alare sull’ormeggio di
poppa, c’è qualche probabilità di partire.
FOTO A PAG. 80
A PAG. 81
Con l’ancora si può anche cercare di far girare la prua per metterla
verso il largo, e issare nuovamente le vele.
Se ci si arena molto sbandati e con molta velocità, durante l’alta
marea o in un posto senza marea, non sarà possibile cavarsela con i
mezzi di bordo. Occorrerà un rimorchiatore sufficientemente robusto.
Il rimorchio dovrà essere assicurato in un punto molto solido, che è
solitamente il piede dell’albero. Un’imbarcazione poco potente potrà
anch’’essa, talvolta, cavarvi d’impaccio, facendo trazione sulla testa
d’albero per mezzo della drizza dello spinnaker, che avremo unita a
un cavo di rimorchio molto lungo. L’ideale, se si dispone di due
imbarcazioni a motore, è una che tira l’imbarcazione e l’altra la testa
d’albero.
FOTO A PAG. 82
FOTO A PAG. 63
Attrezzatura per l’ormeggio e l’ancoraggio
Ogni imbarcazione dai 12-13 metri in su deve avere a prua:
1) Due solide gallocce. Troppe imbarcazioni ne possiedono una
sola e cosi ci si trova spesso nei pasticci poiché si hanno parecchi cavi
dati volta alla medesima galloccia. Le gallocce devono essere piuttosto
grandi: spesso si ha bisogno di dar volta a vari cavi, l’uno sull’altro e
talora … anche grossi.
2) Come passacavo, due buone bocche di rancio bene
arrotondate per non logorare i cavi.
3) Al minimo una puleggia per la catena, ma meglio ancora due,
per potere dar fuori due catene.
A poppa:
1) Due buoni passacavi.
2) Due robuste gallocce, salvo che i winch del pozzetto possano
servire a questo scopo.
FOTO A PAG. 64
Occorre un arganello? A bordo delle imbarcazioni destinate a navigare
con equipaggio numeroso, non vale la pena di armarlo in quanto
parecchi uomini potranno, manualmente, salpare l’ancora più rapi
damente che con l’arganello. Se mai l’ancora risulti incattivata è facile
far arrivare a un grosso winch il cavo, o una cima data volta alla ca
tena.
Se l’imbarcazione deve navigare con equipaggio molto ridotto, un
buon piccolo arganello sarà utile. L’ancora verrà su lentamente; ma
verrà su.
FOTO A PAG. 65
METTERE IN SECCO
FOTO A PAG. 68
PUNTELLAMENTO
Nonostante l’ingombro dei puntelli, spesso conviene averli a bordo
delle imbarcazioni che potrebbero doverli usare, specie in certi mari,
che sono poi la maggioranza. Si può aver bisogno di puntellare per far
carena o per sopportare la bassa marea in ormeggi che, con l’acqua
bassa, restano a secco. I puntelli devono essere attrezzati con una
cima che dal piede fa via verso prua, e con un’altra verso poppa. Se
l’imbarcazione resta in secco inclinata verso prua, bisogna regolare i
puntelli in modo che quando sarà completamente in secco essi
risultino perpendicolari al fondo.
FOTO A PAG. 69
E’ ovvio che si prevede il puntellamento solo su fondi che, a quanto si
sa, sono quasi lisci. Farlo su un fondo irregolare sarebbe assai perico
loso. Uno dei puntelli potrebbe venirsi a trovare sopra una buca. Allo
ra c’è il rischio che l’imbarcazione, una volta in secca, si abbatta da
quel lato con il pericolo che il supporto del puntello venga strappato
insieme con qualche pezzo di fasciame. Oppure l’imbarcazione
sbanderà su quel lato, quando potrebbe essere troppo tardi per farla
sbandare dall’altro. Non resta che toglier via rapidamente il puntello,
se si è ancora in tempo.
FOTO A PAG. 70
RESTARE IN SECCO LUNGO UNA BANCHINA
Per essere certi che l’imbarcazione si appoggerà bene alla banchina la
si fa sbandare leggermente, spostando un po’ i pesi a bordo. Per
esempio, si possono mettere in coperta, dalla parte della banchina,
un’ancora e la catena. Poi, per maggior sicurezza, si prenderà una
drizza, preferibilmente quella dello spinnaker, perché può far forza di
lato; le si darà volta, al traverso, su un punto fisso (anello o bitta)
della banchina. A mano a mano che la marea calerà, si ripiglierà il
calumo della drizza, affinché rimanga sempre ben tesata.
Inconveniente: ciò «incollerà » l’imbarcazione lungo la banchina e, se
non si è avuta la precauzione di far sbandare un poco l’imbarcazione
con dei pesi, questa resterà in secco molto verticalmente.
Si può anche – purché l’imbarcazione in secco resti quasi orizzontale
sulla chiglia – usare in luogo della drizza (che dev’essere regolata a
mano a mano che il livello del mare cala) un ormeggio fra una sartia e
un punto fisso in banchina al traverso dell’albero: ormeggio che scorre
sulla sartia. Cosi l’imbarcazione potrà restare in secco da sola, senza
richiedere sorveglianza.
Può darsi che le imbarcazioni con una chiglia costituita da una pinna
molto stretta non stiano in equilibrio su quest’ultima e cadano sulla
prua o sulla poppa. Il Pen Duick III cadeva sulla poppa. Ciò non
toglieva che potessimo restare in secco lungo una banchina, a
condizione che a terra ci fosse, molto avanti, di prua, una bitta su cui
dar volta a una drizza dello spinnaker, allungata con un cavo. Tesando
la drizza non c’erano più problemi per tenere verticale l’imbarcazione.
Non occorrevano grossi sforzi per far cambiare a volontà l’assetto
della barca. Infatti, esercitando la trazione sulla testa d’albero, quanto
più orizzontalmente possibile, si lavora con un braccio di leva molto
rilevante. Credo che, disponendo di bitte in posizione opportuna, si
può tenere in equilibrio sulla chiglia qualsiasi imbarcazione,
unicamente con le drizze di testa d’albero: la drizza del fiocco verso
prua, quella della randa verso poppa e le due drizze dello spinnaker
parte per parte. Col Pen Duick III facilitavamo le cose restando in
secco – quando era possibile e contrariamente alla consuetudine – con
la poppa verso la parte ove il fondo saliva.
FOTO A PAG. 71
INCAGLIARE
INCAGLIO
Non tutti gli incagli, per fortuna, sono catastrofici. In un gran numero
di casi ci si potrà disincagliare da soli e rapidamente. Nel nostro in
caglio sulla spiaggia di Uvéa, di cui ho fatto cenno prima, eravamo
andati in secco parallelamente alla spiaggia, sulla quale ci spingevano
il vento e il mare. C’erano circa 20 nodi di vento, che arrivava con un
angolo di circa 45° a sinistra da prua. Dovevamo dunque far virare la
barca, per trovarci di bolina, con mure a dritta, perpendicolari alla
spiaggia e prua verso il largo. Abbiamo issato la randa di maestra,
che, sul Pen Duick III, era la vela di poppa, tesandola e portandola
progressivamente al vento. Cosi siamo riusciti a mettere la barca con
vento in prua. Issando la trinchettina a collo, bordata a dritta, la barca
ha abbattuto a sinistra. Si è allora bordata normalmente la
trinchettina, e si è bordata la randa di maestra in modo che la barca
restasse perpendicolare alla spiaggia. Per far sbandare la barca e
avere forza propulsiva, abbiamo issato la trinchetta e lo yankee
grande, ammainato poi (non appena disincagliata la barca) perché,
tenuto conto del vento, era un po’ troppo ampio.
Il Pen Duick III era veramente una barca da permettere una simile
manovra. La chiglia corta a bulbo arrotondato da tutte le parti, è
ideale per far ruotare su di essa un’imbarcazione arenata. Con
un’imbarcazione a chiglia lunga non ci sarebbe stata alcuna possibilità
di farlo. Inoltre, l’attrezzatura a goletta o quella a ketch sono
particolarmente favorevoli per far girare l’imbarcazione e portarla con
la prua nel letto del vento.
DISINCAGLIO
Secondo l’imbarcazione, la manovra per disincagliarla sarà diversa.
Risulterà più facile o meno facile e coronata oppure no da successo.
Le imbarcazioni a chiglia lunga, salvo che non incaglino andando di
bolina e con la marea montante, non hanno possibilità alcuna di
cavarsene sotto vela. Se negli altri casi l’arenamento è avvenuto
molto adagio, potranno senza dubbio cavarsela a motore, altrimenti
dovranno farsi soccorrere da un rimorchiatore o stendere delle ancore
e alarsi su quelle.
Per le altre imbarcazioni, con chiglia mediamente lunga o corta, ecco
alcuni esempi di disincaglio sotto vela. In questi esempi di incaglio
lungo una costa o su un banco, si suppone che il fondale aumenti
nella direzione dalla quale proviene l’imbarcazione.
Il vento soffia perpendicolarmente dalla costa e quindi la barca va in
secco di bolina stretta. In questo caso, bisogna ammainare le vele
poppiere. Allora, forse, il fiocco potrà far abbattere fino al gran lasco.
Si isseranno di nuovo le vele poppiere, evitando che facciano orzare
troppo presto. Non esitare, se occorre, a dare lo spinnaker.
FOTO A PAG. 75
Il vento viene dalla costa obliquamente e l’incaglio si produce di bo
lina, perpendicolarmente alla costa.
Con un’imbarcazione a chiglia corta e attrezzatura a due alberi, si
potrà tentare di virare in prua conservando soltanto la vela poppiera,
bordata sopravvento. Oltrepassato il letto del vento, far abbattere:
l’imbarcazione si troverà con prua ben verso il largo, e con vento al
traverso, cioè l’andatura più favorevole.
FOTO A PAG. 76
FOTO A PAG. 77
Se non si riesce a oltrepassare il letto del vento, o si è a bordo di un
cutter o di uno sloop, bisognerà cercare di far abbattere; ma cosi l’an
datura per liberarsi dalla costa risulterà a vento in poppa, a meno di
poter mettere in panna. Il fiocco riuscirà a farvi abbattere soltanto
fino al gran lasco, nelle migliori condizioni. Per potere cambiar mure
bisognerà spingere il boma della randa e metterla a collo. La forza
laterale esercitata dalla randa potrà sicuramente far oltrepassare alla
poppa il letto del vento. Allora si potrà orzare con vento al traverso.
Se non si sarà potuto virare in poppa cosi, lo spinnaker potrà forse «
strapparvi via» con vento in poppa.
Il vento soffia perpendicolarmente alla costa e ci si arena con vento in
poppa. Bisogna ammainare le vele di prua e cercare di far orzare
FOTO A PAG. 78
l’imbarcazione, con le vele poppiere, fino alla bolina stretta. Si
isseranno nuovamente i fiocchi per partire di bolina.
Il vento soffia obliquamente verso la costa e si va in secco a gran
lasco. Bisogna ammainare le vele di poppa e cercare di abbattere
mettendo le a collo. Allora ci si potrà disincagliare con vento al
traverso.
È ovvio che il successo dell’operazione dipenderà in buona parte dalla
velocità dell’imbarcazione al momento dell’incaglio e dalla natura del
fondo. I fondi di melma sono pessimi, perché la chiglia vi si ficcherà
profondamente, impedendo ogni rotazione. I fondi migliori sono fatti
di sabbia dura. Fermeranno l’imbarcazione rapidamente senza
rovinare la chiglia, e la manovra di disincaglio ha molte probabilità di
riuscire. E’ anche necessario che ci sia vento. Con vento debole
l’incaglio avverrà lentamente, ma le vele non avranno alcuna efficacia
per la manovra e l’imbarcazione non si muoverà.
Se si resta arenati e la marea sta calando, diventa necessario chie
dere rapidamente un aiuto esterno. Questo deve poter intervenire nei
pochi minuti che seguono, altrimenti siamo destinati a passare li
alcune ore ad aspettare che il mare risalga.
Il fianco dell’imbarcazione rischia di posarsi su dei ciotoli o delle rocce.
Occorrerà cercare di proteggerlo. Se si può andare a terra e trovare
dei vecchi copertoni, è la cosa migliore; altrimenti bisognerà forse
sacrificare un paio di sacchi da vele. I materassi possono costituire
una buona protezione, soprattutto per un’imbarcazione piccola.
FOTO A PAG. 79
Se il mare si ritira lontano, si potrà approfittarne per andare a
stendere delle ancore che serviranno al disincaglio, avendo cura di
affondarle bene o sistemandole in un anfratto per essere sicuri della
loro buona tenuta.
Se il livello del mare monta e, mentre il vento spinge la barca verso la
costa, l’imbarcazione non vuol girare, oppure se non c’è marea,
bisognerà dar fondo un’ancora e alare su di essa. Bisogna utilizzare
l’ancora più robusta che c’è a bordo, con molta catena, imbarcare il
tutto nel battellino rimorchiando un cavo, dato volta al capo della
catena, che viene filato da bordo. Ripeto la raccomandazione di non
cercare di rimorchiare la catena: dato il suo peso, non andreste
lontani. Invece bisogna portare l’ancora quanto più lontano possibile.
Se è pesante, la si metterà in bilico sulla poppa del battellino.
Quest’ultimo subirà un po’ di usura, quando si filerà la catena; ma
non si può fare altrimenti. Non si può più far altro che sperare che i
nostri winch si dimostrino abbastanza robusti e che l’ancora non ari.
Se la speranza non si avvera, è possibile, avendo a bordo il materiale
sufficiente, tentare ancora una cosa: bisogna stendere al traverso,
sempre il più lontano possibile, una grossa ancora con un buon
calumo di catena. Se si dispone di un salmone per zavorrare
l’estremità della catena, tanto meglio. Sul capo che torna a bordo si
dà volta la drizza dello spinnaker, e cosi si può facilmente far
sbandare l’imbarcazione. Continuando ad alare sull’ormeggio di
poppa, c’è qualche probabilità di partire.
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Con l’ancora si può anche cercare di far girare la prua per metterla
verso il largo, e issare nuovamente le vele.
Se ci si arena molto sbandati e con molta velocità, durante l’alta
marea o in un posto senza marea, non sarà possibile cavarsela con i
mezzi di bordo. Occorrerà un rimorchiatore sufficientemente robusto.
Il rimorchio dovrà essere assicurato in un punto molto solido, che è
solitamente il piede dell’albero. Un’imbarcazione poco potente potrà
anch’’essa, talvolta, cavarvi d’impaccio, facendo trazione sulla testa
d’albero per mezzo della drizza dello spinnaker, che avremo unita a
un cavo di rimorchio molto lungo. L’ideale, se si dispone di due
imbarcazioni a motore, è una che tira l’imbarcazione e l’altra la testa
d’albero.
FOTO A PAG. 82
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CONFRONTO DELLE VARIE ATTREZZATURE AI FINI DELLA MANOVRA
A DUE ALBERI E A UN ALBERO
A partire da una certa grandezza, che possiamo collocare intorno ai
13 metri, sarà vantaggiosa ai fini di semplificare la manovra, una
barca da crociera, attrezzata a ketch o a goletta. Non a yawl. Questa
è un’attrezzatura ibrida che non mi piace molto. Presenta gli inconve
nienti del ketch e non ha i vantaggi dello sloop o del cutter.
Sotto i 13 metri è difficile mettere un’attrezzatura a due alberi, per
mancanza di posto. Non ci si potrebbe più rigirare, in coperta, senza
sbattere su qualche cosa. Alberi, sartie, ecc., il ponte sarebbe tutto in
gombro. Per fortuna su queste imbarcazioni non ci sono problemi per
il « maneggiamento» delle vele, che rimangono di superficie ridotta;
ma si deve rinunciare agli altri vantaggi del ketch o della goletta.
Su una imbarcazione grande, la manovra sarà assai facilitata da
un’attrezzatura a due alberi, che divide la velatura. Alcuni pensano
che la presenza di una vela supplementare complichi le cose. Eppure,
una scotta in più da regolare non rappresenta un gran problema.
Viceversa, nei cambiamenti di fiocco con cattivo tempo, si apprezzerà
il fatto di avere delle vele di prua più piccole da maneggiare. Cosi
pure, una piccola randa di maestra si ammainerà o terzarolerà più
facilmente, e si avrà inoltre la possibilità di ammainare quella di
trinchetto o di mezzana. Cosi si risparmiano parecchi cambiamenti di
fiocco. Ammainare o issare di nuovo una di quelle vele è molto più
facile che cambiare un fiocco.
A bordo del Pen Duick VI (ketch) si riduce la velatura nell’ordine
seguente: yankee 2, yankee 3, una mano poi due mani di terzaroli
alla randa, ammaina la randa, fiocco 1, fiocco 2 e una mano di
terzaroli nella mezzana. Nel passare dallo yankee 3 al fiocco 1, si
cambierà ugualmente la trinchettina grande con quella piccola. La
vela di poppa di un’attrezzatura a due alberi costituisce in pratica un
buon timone a vento, e cazzandolo di più o di meno si può equilibrare
l’imbarcazione, in modo che sia dolce alla barra. Questo fatto è molto
apprezzabile per navigare con il pilota automatico.
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Vi sono dei ketch che sono costretti ad ammainare la mezzana non
appena il vento rinfresca, perché diventano orzieri. A bordo del Pen
Duick VI si è costretti a tenerla alzata, perché altrimenti, di bolina
stretta, la barca sarebbe un po’ poggiera. Privata della mezzana,
l’imbarcazione avrebbe la prora che, a ogni modo, scadrebbe
sottovento e perciò terrebbe una pessima rotta. La mezzana è
indispensabile per il buon equilibrio dell’imbarcazione.
Infine, per le manovre in porto, per dar fondo, per disincagliare, le
evoluzioni si compiranno molto più facilmente con un ketch o una
goletta. Con queste attrezzature diventa possibile fare marcia
indietro, naturalmente nel letto del vento: manovra impossibile,
invece, per uno sloop. Senza questa possibilità di dare indietro non
avremmo potuto salpare con il Pen Duick III dall’ancoraggio della
Chambre des Glénans, come invece siamo riusciti a fare. Sarebbero
state necessarie alcune manovre con le ancore. Quell’ancoraggio è
piccolo, e la superficie in cui può evoluire un’imbarcazione con
l’immersione del Pen Duick III è poca. Stava oltre due imbarcazioni
alla fonda. Abbiamo alzato la randa di maestra (il Pen Duick III era
una goletta, la vela poppiera era dunque la randa di maestra),
spedato l’ancora, poi, strambando a mano il boma, abbiamo potuto
dirigere per dar dritto indietro e passare fra le due imbarcazioni. Le
attrezzature a due alberi permettono di far manovra nei porti con vela
tura molto ridotta, con l’imbarcazione che governa molto bene,
equilibrata, e con vele piccole, che si ammainano senza difficoltà nel
momento voluto.
Beninteso queste imbarcazioni non presentano soltanto dei vantaggi.
Le loro attrezzature costano di più: metri di alberatura in più,
maggiore quantità di sartiame. Di bolina stretta rendono meno. La
vela di poppa lavora in aria deviata e perturbata, l’alberatura e il
sartiame offrono maggiore resistenza al vento. Questo inconveniente
di bolina stretta è compensato dalla possibilità di alzare delle vele di
strallo alle andature larghe.
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Bisogna o non bisogna dividere il triangolo di prua in fiocco e
trinchettina? Personalmente, mi piace avere una trinchettina. E’ una
vela comoda per far manovra in porto. Nei groppi violenti, improvvisi
e di breve durata, come ce ne sono nei paesi tropicali, basta
ammainare il fiocco e imbrogliarlo: si continua in piena velocità e si
alza di nuovo il fiocco una volta passato il groppo. Nei cambiamenti di
fiocco, la trinchettina continua a tirare e quindi durante la manovra,
l’imbarcazione perde poca velocità. Ovviamente, ci sono alcuni
inconvenienti. E’ una vela più da bordare nel virare di bordo, a meno
che sia bomata, e lo strallo della trinchettina disturberà il passaggio
del fiocco, che impiegherà più tempo per passare sull’altro bordo, e
sarà più duro da bordare. Ci saranno delle sartie volanti, cosa che,
però, a mio modo di vedere, costituisce piuttosto un vantaggio
perché, con lo strallo della trinchettina e le sartie volanti, l’albero è
sorretto veramente bene nel senso longitudinale. Si può fare a meno
di sartie volanti mettendo all’incappellaggio dello strallo della
trinchettina una sartia che va parecchio a poppavia; ma questa
soluzione non mi piace, perché, per lasciare alla randa la possibilità di
orientarsi bene fuori bordo nelle andature in poppa, non è possibile
dare a questa sartia la posizione corretta. Quindi si troverà collocata
troppo verso prua per poter lavorare debitamente: d’altra parte, se ci
si vuol servire della trinchettina come unica vela di prua con vento
forte, bisogna avere delle sarti e volanti per non disalberare. Ultimo
inconveniente: si avranno alcune vele di più nella già ingombra cala
delle vele.
Ai miei occhi, l’attrezzatura ideale per la crociera è a goletta tipo Pen
Duick III, cioè con due alberi uguali. L’attrezzatura normale da
goletta, con l’albero poppiero più alto di quello prodiero, non divide la
velatura in modo sufficientemente buono. A poppa la randa di
maestra, di superficie notevole, fa si che certe golette risultino molto
dure, quando si tengono al lasco. Con entrambi gli alberi della
medesima altezza, si ha una randa di maestra relativamente piccola e
un triangolo di prua che resta di buone dimensioni. Una randa di
trinchetto da bolina, di forma molto stretta, lascerà uno spazio
sufficiente fra sé e la randa di maestra, affinché quest’ultima possa
lavorare bene. Questa attrezzatura è assai maneggevole, permette
riduzioni di vela molto facili, pur lasciando l’imbarcazione molto
equilibrata, dunque molto manovriera in porto. Di bolina stretta rende
bene, e permette l’impiego di una grande mezzana da lasco, che
tirerà magnificamente l’imbarcazione alle andature larghe. Grazie a
questa attrezzatura, era possibile navigare senza problemi con un
equipaggio molto limitato, e anche in solitario, nonostante i 17,45
metri fuori tutto dell’imbarcazione.
REGOLAZIONI
PREMESSA
In questo capitolo ometto di trattare delle regolazioni e degli
accorgimenti cui si ricorre a bordo delle imbarcazioni da regata,
perché sono cose che spesso richiedono un armamento speciale e un
equipaggio competente e attento.
Qui parleremo soltanto delle regolazioni fondamentali, quelle che
permettono di navigare correttamente e con sicurezza, a bordo di una
imbarcazione da crociera armata nel modo normale. Anche il diporti
sta, che non si preoccupa della performance, troverà molta più
soddisfazione navigando su una barca ben regolata: avrà il piacere di
impugnare una barra bene equilibrata, che non lo costringe a
combattere contro un’imbarcazione troppo orziera o poggiera. Le vele
bene a segno gli concederanno di rimontare bene al vento, cosa molto
più piacevole che correre sui bordi senza far cammino.
Primo elemento importante, la regolazione dell’alberatura. Questa
regolazione è essenziale. A parte gli effetti sul cammino della barca,
può evitarvi il disalberamento dovuto a sartiame non regolato.
REGOLAZIONE LONGITUDINALE
Lo scopo da raggiungere è quello di avere una draglia molto rigida, ai
fini di un buon rendimento del fiocco. Basta dunque, per ottenere
questo, agire sugli arridatoi degli stralli di prua e di poppa.
Agendo di più o di meno sull’uno o sull’altro si modificherà
l’inclinazione longitudinale dell’albero. In linea generale, questa
inclinazione dev’essere nulla, o leggermente verso poppa. Può darsi
che, per motivi di equilibrio, si sia indotti a giocare sull’inclinazione.
Certe imbarcazioni possono risultare molto sensibili a questa
regolazione, ma stanno diventando piuttosto rare fra le imbarcazioni
moderne. Se la barca è troppo orziera, portando più verso prora la
testa d’albero spostiamo in avanti il centro di gravità della randa e ciò
può risultare sufficiente a equilibrare l’imbarcazione. Se è poggiera, si
sposta l’inclinazione verso poppa.
FOTO A PAG. 91
REGOLAZIONE LATERALE
Questa, su una barca d’altura, dev’essere rigida ed è importantissimo
che l’albero, quando lavora, resti perfettamente verticale nella
direzione laterale. Si possono regolare le sartie poppiere in modo che,
con il vento, l’albero si curvi a proravia, perché ciò diminuirà il grasso
della randa, appiattendola; ma, nel senso laterale, l’albero deve
restare dritto. Bisogna farne la verifica sotto vela, con la barca ben
sbandata.
Tenendo d’occhio la parte poppiera dell’albero, si nota benissimo,
grazie alla rotaia della randa, se l’albero si piega lateralmente o fa
degli « S », oppure se, viceversa, è ben dritto. In base a questa
osservazione, si vedrà su quale sartia occorre agire per raddrizzarlo.
REGOLAZIONI DELLA VELATURA
Il fiocco
Dev’essere tesato correttamente! È incredibile quante barche si
vedono con le ralinghe del fiocco a festoni da festa parrocchiale lungo
la draglia. Bruttissimo, esteticamente; quanto alla perdita di
rendimento del fiocco, essa è notevole.
Può darsi che il vostro winch della drizza sia troppo debole; in tal
caso, bisogna cambiarlo.
Se avete la ralinga del genoa in cavo di acciaio, questa è priva di
elasticità: la tesate una volta per tutte e non la toccate più.
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Se è di cavo tessile, bisognerà giocare sulla drizza, cazzandola in
funzione del vento. Ciò allo scopo di conservare al fiocco una buona
concavità con qualunque vento. Quanto più il vento sarà forte, tanto
più la pancia della vela tenderà a spostarsi indietro. Tesandone la
ralinga se ne riporta la concavità verso prua. Dunque, se il vento dimi
nuisce, o poggiando, si allasca la drizza: se non lo si fa, si vedrà che
si formeranno pieghe lungo la ralinga e parallelamente a questa. Se il
vento rinfresca, o orzando, si cazzerà la drizza.
Posizione del punto di richiamo della scotta: il bozzello o il carrello
devono essere piazzati in modo che il fiocco, quando si orza, rimanga
sventato contemporaneamente lungo tutta la ralinga. Se comincia a
esserlo dall’alto, occorre avanzare il punto di richiamo. Lo si porta in
dietro nel caso contrario.
Con il fiocco ben tesato e correttamente bordato può darsi che la ca
duta sbatta. Bisogna allora tenderne la ralinga finché non sbatta più.
Non portate un genoa troppo leggero rispetto al vento. Quando que
st’ultimo rinfresca, non esitate a cambiare genoa. Con il Dacron le
vele sono molto resistenti, e si strapperanno solo con venti notevol
mente più forti di quelli per i quali la vela è prevista; ma questa si
sformerà, talvolta in modo definitivo. Perciò, senza contare il fatto
poco piacevole di navigare con una vela troppo panciuta che farà
sbandare l’imbarcazione e la rallenterà, rischiate di rovinare
completamente la vostra vela.
La randa
Come per il fiocco, e per le medesime ragioni, si agisce sulla tensione
della drizza per controllare la concavità della vela. Anche qui è in
dispensabile avere un arganello avvolgitore o un winch di drizza di
sufficiente potenza.
L’angolo di scotta è fissato a un cursore la cui posizione è regolabile
dalla varea del boma.
Con brezza tesa, alle andature larghe, la vela deve essere allascata
lungo il boma per dare concavità alla parte inferiore della vela.
Andando di bolina, dev’essere invece tesata per appiattirla.
È importante che questo cursore del boma scorra facilmente, altri
menti si può stentare ad allentare la tensione del bordame,
soprattutto su una imbarcazione grande, dove il cursore può risultare
difficilmente raggiungibile.
La scotta della randa dev’essere fissata su un carrello che scorre su
una rotaia trasversale rispetto all’asse longitudinale dell’imbarcazione
e che utilizza tutta la larghezza di ponte disponibile. La regolazione di
questo carrello è di estrema importanza, perché permetterà di
regolare lo svergolamento della vela in alto. Con calma di mare o
brezza leggera, la scotta può far via più verticalmente.
La randa di uno sloop o di un cutter può esercitare un’azione
importante sull’equilibrio della barca, particolarmente se è grande.
Spetta al timoniere di far regolare la sua randa per avere
un’imbarcazione con barra equilibrata. Per esempio, a bordo di un 12
metri SI, dove la randa è enorme, il sia pur minimo spostamento del
carrello di scotta, se c’è brezza, si sente alla barra.
Man mano che si poggia, bisogna portare il carrello sottovento.
Per impedire alla vela di svergolare, la regolazione del carrello di
scotta è più efficace che l’impiego dell’alabasso del boma.
La concavità può risultare eccessiva e accentuata verso poppa,
nonostante che la vela sia stata cazzata completamente sull’albero e
sul boma. Ciò può dipendere da cattivo taglio, o da una deformazione
dovuta a vetustà. In questo caso, mettendo il carrello bene
sopravvento, si può parzialmente impedire che la caduta chiuda
troppo.
Nell’andatura al lasco, quando il carrello è arrivato fino in fondo alla
sua percorrenza sottovento, si presenta allora la necessità d’impedire
per mezzo di un alabasso che il boma si alzi, e che la vela, quindi,
svergoli. Si può disporre un alabasso del boma in vari modi. Molte
imbarcazioni da regata hanno un paranco o un martinetto idraulico,
che parte da un punto del boma a circa un terzo o un quarto della sua
lunghezza e che è fissato a piè d’albero. Questo sistema, molto
pratico, presenta l’inconveniente di far lavorare molto, con la
compressione, la trozza. Sul Pen Duick VI ho preferito avere una
rotaia circolare e un carrello, dal quale un paranco fa forza
verticalmente sul boma, a circa un terzo della sua lunghezza.
Ciò alleggerisce bene lo sforzo della trozza, tanto più che a bordo del
Pen Duick VI, per evitare che la scotta dello spinnaker si logori
sfregando sotto il boma o sulle sartie, oppure sulla caduta della randa,
la passo sempre in varea del boma e ciò ha l’effetto di esercitare su di
esso una forte trazione verticale.
Per una imbarcazione da crociera un ala basso del boma in posizione
permanente forse non è necessario. Basta un piccolo paranco
incocciato sotto il boma e che fa dormiente sul capo di banda. E’ cosa
pratica, a questo fine, avere sul capo di banda una rotaia continua,
con dei cursori disponibili per l’impiego o con una serie di fori, oppure
dei golfari sulla falchetta, in modo da poter dar volta tutto quel che si
vuole nella migliore posizione possibile. Nulla di più spiacevole di
quelle barche sulle quali non si ha mai il dormiente che si vorrebbe.
Nell’andatura in poppa è molto importante disporre di una ritenuta del
boma che fa forza a proravia. Potrà essere il paranco dell’alabasso,
forzando sufficientemente verso prora, a fare tutt’insieme da alabasso
e da ritenuta del boma.
Con venti leggeri, ciò impedirà che il boma sbatta e soprattutto, se c’è
vento, eviterà la strambata involontaria, con i rischi di danni ch’essa
comporta.
Non andate mai in poppa, se c’è vento, senza la ritenuta del boma.
La randa di mezzana ha le medesime regolazioni di quella di maestra.
In dipendenza della sua posizione rappresenta un autentico timone a
vento e la regolazione della sua scotta avrà una grossa azione
sull’equilibrio alla barra dell’imbarcazione.
Sono opportune o no le rande di maestra e di mezzana a bordame
libero? Sotto l’aspetto aerodinamico non vedo alcuna superiorità nel
l’uno o nell’altro sistema. Perciò credo che anche su un’imbarcazione
da regata si possano impiegare indifferentemente sia una randa con
bordame libero sia con la base inferita al boma. Ma a bordo di
un’imbarcazione che ha probabilità di compiere delle grandi traversate
e in particolare dei lunghi percorsi alle andature larghe, mi pare che il
bordame libero abbia un vantaggio. Andando al lasco, si molla un po’
la tensione della randa sul boma; cosi la base diventa lasca e la tela
che unisce la vela al gratile viene ad appoggiarsi con una certa forza
sul bordo sottovento della canaletta del boma (di bolina stretta ciò
quasi non si verifica perché il bordame è molto tesato). Ora, con i
movimenti dell’imbarcazione, si produce anche uno sfregamento
continuo di quella tela sul bordo della canaletta. Cosi la tela finisce col
logorarsi, e mi è capitato di ritrovarmi con una randa a bordame
libero, che però non era stato tagliato a questo scopo.
VELE DA LASCO: LO SPINNAKER
Ovviamente, è questa la vela più importante per le andature al lasco o
in poppa. Molti skipper ritengono ancora che si tratti di una vela
riservata alle imbarcazioni da regata. Soprattutto, non vogliono
servirsene, perché li intimorisce. Queste paure sono assolutamente
vane e, a mio parere, non c’è motivo alcuno di privarsi, in crociera,
delle gioie dello spinnaker.
C’è una bella differenza fra l’andatura in poppa, con vento moderato,
a bordo di una barca che si trascina rollando da banda a banda senza
spinnaker, e la stessa barca che di colpo, quando è stato alzato, si
anima scivolando piacevolmente, del tutto stabilizzata.
Certo a bordo di un’imbarcazione da regata, con equipaggio numero
so, si terrà lo spinnaker con venti più forti, nonostante il rischio di
straorzare.
In crociera ci si può preoccupare maggiormente di aver riguardo per il
materiale e si potrà sempre ammainare lo spinnaker senza aspettare
simili condizioni di tempo.
L’armamento dello spinnaker varierà molto, naturalmente, secondo la
grandezza dell’imbarcazione. Per esempio, su un’imbarcazione
grande, come il Pen Duick VI, l’amantiglio e il caricabasso devono
avere il loro winch, mentre su un’imbarcazione piccola arriveranno
semplicemente a una galloccia, poiché la regolazione si può fare
agevolmente a mano. Su una grande barca occorreranno un braccio di
cavo metallico e una scotta di cavo tessile sia a dritta sia a sinistra,
mentre, su una piccola, basta una scotta di cavo tessile da ciascuna
parte: serve alternativamente da braccio e da scotta. Su una grande
imbarcazione, i tangoni avranno necessariamente una ferramenta in
varea diversa da quella da incocciare all’albero, mentre su una piccola
imbarcazione le estremità del tangone saranno simmetriche: per
cambiare mure, l’estremità esterna viene sull’albero e quella che era
sull’albero va all’esterno.
In tutti i casi, il tangone deve avere un cursore (carrello) per la re
golazione in altezza sull’albero, un amantiglio che regola l’altezza della
sua estremità esterna e un caricabasso che lo richiama verso il basso,
impedendo all’estremità esterna di sollevarsi sotto la trazione dello
spinnaker verso l’alto e permettendo, insieme con il braccio, di
mantenere il tangone con l’orientamento voluto.
Bracci e scotte saranno generalmente manovrati per mezzo dei
verricelli delle scotte dei fiocchi.
Dare lo spinnaker
La vela dev’essere preparata bene nel suo sacco. Potrà essere sia ben
piegata, sia giuncata.
Per piegare bene lo spinnaker nel suo sacco bisogna operare molto
metodicamente. Ho visto parecchi uomini di bordo che si contentano
di radunare i due angoli di scotta e l’angolo di penna, per tenerli in
alto, e ficcare tutto il resto nel sacco alla rinfusa. In questo modo, è
probabile che in un caso su due, alzando lo spinnaker, si vedrà che ha
preso delle volte. Se si vuoi essere assolutamente sicuri che non
prenda delle volte, credo che occorra procedere nel modo seguente:
1) Prendere tutto il bordame e metterlo sul fondo del sacco, tenendo i
due angoli di scotta fuori del sacco, in modo che siano
diametralmente opposti.
2) Due marinai faranno scorrere una balumina ciascuno, cominciando
dagli angoli di scotta, e le sistemeranno sul bordo del sacco, mentre
un terzo mette la vela nel sacco partendo dal basso.
È preferibile perdere un po’ di tempo a piegare bene uno spinnaker
che non alzare la vela con una volta. Se quest’ultima è verso il centro,
non si disferà. Bisognerà ammainare lo spinnaker e ricominciare
daccapo.
Per giuncare lo spinnaker si comincia, indifferentemente, da uno dei
tre angoli. Si portano le due balumine, o una balumina e il bordame,
gli uni contro gli altri; si arrotola la tela lungo questa giunzione come
una salsiccia; si fa, a intervalli, una legatura con filo di lana. Si opera
in questo modo partendo dai tre angoli, cosi da ottenere una specie di
stella, che si metterà nel sacco conservando in alto i tre angoli.
Bisogna che la lana non sia troppo fragile, affinché non si spezzi
troppo presto. Se lo è, si possono passare due o più colli per ogni
legatura; ma bisogna d’altra parte che le legature non siano
eccessivamente solide, perché rischierebbero di non spezzarsi più.
Stringere bene le legature affinché non scivolino. Mi è capitato di
vedere delle legature troppo lasche che, scivolando, si aggrovigliano
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formando una legatura unica che non è stato possibile rompere.
Generalmente non bisogna giuncare gli spinnaker leggeri perché, con
venti deboli, non si aprirebbero.
Non trovo che la giuncatura sia indispensabile, nemmeno per i grandi
spinnaker. Poiché questi vengono alzati sottovento al fiocco, per
issarli non ci sono difficoltà. Certo, quando si cambia spinnaker,
generalmente il fiocco non c’è più. Tuttavia, con venti moderati, si
riesce a finire di alzarlo senza troppa fatica, anche se si è gonfiato
molto presto. Se c’è vento molto forte, prima di cambiare, si alza un
fiocco, altrimenti occorreranno sforzi considerevoli per issarlo, con
tutti gli uomini della guardia che si sfiancano a turno, due per volta, a
girare la manovella del verricello. Invece della lana, si possono usare
anche degli elastici. A questo scopo bisogna avere un cilindro
metallico alto alcuni centimetri e di diametro sufficiente a lasciar
passare lo spinnaker per il lungo. Gli elastici sono immagazzinati
intorno al cilindro. Quindi si fa passare lo spinnaker nel cilindro e, a
intervalli, si fa scendere un elastico sullo spinnaker. Si parte in questo
modo dai tre angoli, in successione, finendo con l’avere lo spinnaker
serrato a stella, come con la lana. Lo spinnaker, nel suo sacco, viene
portato a prua. Il sacco, per non andar perduto, deve esser assicurato
alle draglie della battagliola.
Si arma il tangone. Sull’albero, lo si incoccia approssimativamente
all’altezza alla quale dovrà stare. Si incoccia il braccio al gancio del
FOTO A PAG. 99
FOTO A PAG. 100
tangone, badando che la scotta passi sopra di esso, altrimenti non
potremmo più scocciarlo dopo un cambiamento di mure. L’angolo di
mura viene ammanigliato al braccio, passando sotto il fiocco e davanti
allo strallo. Viene alato l’amantiglio, si tesano il braccio e il
caricabasso, si dà volta la scotta al winch. Resta solo da ammanigliare
la drizza per essere pronti ad alzare.
Se l’andatura è nelle vicinanze del vento al traverso, prima di alzare lo
spinnaker si inserirà il buttafuori del braccio detto anche «jockey-pool
». E più facile armarlo prima che non dopo.
Appena alzato lo spinnaker, si regolano il tangone e la scotta e si
ammaina il fiocco. Bisogna ammainarlo rapidamente, perché spesso,
con brezze deboli, lo spinnaker non si gonfierà finché sarà sventato
dal fiocco.
Come si arma lo spinnaker
1) Il tangone dev’essere sempre perpendicolare al vento relativo.
A tal fine, guarderete il mostravento in testa d’albero e regolerete
l’orientamento del tangone in modo che gli sia perpendicolare. Solo
cosi il vostro spinnaker offrirà il massimo di superficie al vento.
2) L’angolo di mura e l’angolo di scotta devono risultare sullo stesso
piano orizzontale, cioè devono essere alla medesima altezza
sull’acqua.
Un difetto molto diffuso consiste nel piazzare troppo in alto, con venti
deboli, l’angolo di mura, come se la gente credesse che il fatto di
sollevare quel punto debba aiutare lo spinnaker a gonfiarsi. Accade,
invece, proprio il contrario. Se con venti deboli lo spinnaker pencola
penosamente con l’angolo di mura molto in alto e con l’angolo di
scotta che praticamente si trascina nell’acqua, basta spesso abbassare
il tangane per far gonfiare lo spinnaker. Il fatto di tesare la balumina
sopravvento serve, da una parte, a stabilizzarlo e d’altra parte dà una
buona concavità al bordo di entrata dello spinnaker, che in questo
modo può trattenere l’aria.
Un altro sbaglio corrente consiste nell’avere l’angolo di mura troppo
alto con vento al traverso, o poco a poppavia del traverso. A queste
andature, dato lo sbandamento dell’imbarcazione, l’angolo di scotta è
piuttosto basso, bisogna dunque che sia basso anche l’angolo di mura.
Quando lo spinnaker tende a sventarsi, basta sollevare il tangone per
farlo portare. Visto ciò, numerosi naviganti da diporto pensano che sia
appunto questa la cosa da farsi. Se lo spinnaker si sventa, bisogna
cazzare la scotta; ma non bisogna, soprattutto, sollevare il tangone.
Lo spinnaker in tal caso perde tutto il rendimento. E come navigare
con la draglia del fiocco completamente lasca. Il bordo di entrata del
fiocco non ha più concavità, mentre la caduta si chiude: lo stesso vale
per lo spinnaker.
Bisogna rendersi ben conto che, in tutti i casi, è preferibile avere il
tangone in posizione troppo bassa che troppo alta. Si subiscono gravi
FOTO A PAG. 102
perdite di rendimento con un tangone troppo alto, mentre non se ne
ha quasi alcuna col tango ne troppo basso.
3) Il carrello del tangone sull’albero dev’essere disposto in modo da
mantenere il tangone orizzontale.
4) La scotta dev’essere cazzata in modo da portare il bordo d’entrata
dello spinnaker, ossia la balumina sopravvento, fino al limite dello
sventamento.
Piccole disavventure sotto spinnaker
Il rollio ritmico
Andando in poppa con vento fresco in fil di ruota, può darsi che
l’imbarcazione si metta a rollare da banda a banda. Se l’imbarcazione
prende un po’ di rollio sul mare lungo, questo rollio farà dondolare lo
spinnaker, che perciò tirerà ora a dritta, ora a sinistra accrescendo il
rollio che diventa molto sgradevole. Capita talvolta di vedere il boma
e il tangone che, alternativamente, si tuffano nell’acqua.
FOTO A PAG 103
Per limitare questo fenomeno, bisognerà strangolare bene lo
spinnaker cazzando, e portando verso il basso il suo angolo di scotta,
e cosi pure abbassando il tangone. Ma ciò, sicuramente, non basterà.
Allora bisognerà orzare un poco. Mettendosi a 15 o 20° dal fil di ruota,
il rollio ritmico, per la maggior parte delle imbarcazioni, cesserà.
Questo rollio, infatti, varia a seconda delle imbarcazioni e dipende
dalla loro forma di carena. Per esempio, sul Pen Duick III questo
fenomeno non esisteva. Potevamo andarcene a spasso, ai limiti della
strambata, con qualsiasi tempo, dritti come una I, ed era una cosa
piacevolissima. Ma il Pen Duick VI ce l’ha. Si tratta di un difetto quasi
generale, per le imbarcazioni da regata moderne. Dovrebbe essere
possibile evitarlo, progettando un’imbarcazione da crociera.
FOTO A PAG. 104
Spinnaker arrotolato intorno allo strallo
Ciò accade, il più delle volte, con brezza leggera e rollio. Per evitare
l’inconveniente, non bisogna esitare ad abbassare il tangone e a
cazzare bene la scotta sottovento. Cosi le balumine non hanno un
lasco sufficiente per arrotolarsi intorno allo strallo, e potete stare
tranquilli.
Se lo spinnaker si è arrotolato, si possono disfarne le volte
strambando. Si disferanno da sole. Ma questo metodo non funziona se
il mar lungo non è nella stessa direzione del vento. Bisognerà allora
far scivolare lo spinnaker lungo lo strallo tirandolo dal basso. Se le
volte hanno avuto modo di stringersi molto, occorrerà tirare forte.
Non esitate a dar volta una cima intorno alla parte bassa dello
spinnaker riunita in mucchio, a inferire questa cima in un bozzello di
richiamo fissato nel punto di mura del fiocco, e a cazzarla col winch.
Vi sorprenderà la resistenza del vostro spinnaker; ma cosi riuscirete a
farlo scendere pian piano lungo lo strallo.
Ammainare lo spinnaker
Su una grande imbarcazione come il Pen Duick VI, si comincia
passando una cima intorno alla scotta e dando volta alla cima stessa
in coperta, un po’ a poppavia dell’albero. Bisogna far questo perché la
scotta, generalmente, è fuor di portata, e per essere certi che non
sfugga dalle mani della gente di bordo. Sulle imbarcazioni meno
grandi, basterà andare ad agguantare la scotta a mano.
Filando sia il braccio, sia l’amantiglio, oppure entrambi, si porta la
varea del tangone a portata di mano di un uomo dell’equipaggio (se si
sta navigando col tangone nell’asse dell’imbarcazione, bisognerà
ripigliare il braccio a mano a mano che si filerà l’amantiglio, per
evitare che il tangone vada a rovinarsi contro lo strallo). Questi apre
allora il moschettone, liberando l’angolo di mura. Lo spinnaker viene
recuperato dalla sua scotta a mano a mano che si fila la drizza.
L’uomo dell’equipaggio incaricato della drizza deve stare bene attento
che lo spinnaker rientri regolarmente a bordo.
Impiego dello spinnaker in solitario o con equipaggio molto
ridotto
Illustro un metodo che ho sperimentato per potermi servire dei grandi
spinnaker del Pen Duick VI durante la Transatlantica in solitario del –
1976. Non ho avuto l’occasione di usarlo molto perché in quella regata
non ho mai avuto vento in poppa, eccetto una volta. Appena dato lo
spinnaker, il vento rifiutava. Mettevo il jockey-pool per un’andatura al
traverso e pochi minuti dopo, poiché il vento rifiutava di nuovo,
occorreva ammainare. Lo spinnaker era rimasto al lavoro appena
un’ora, e non ha avuto altre occasioni di uscire dal sacco. Posso dire,
però, che il metodo funziona perfettamente.
FOTO A PAG. 106
Lo spinnaker lo’ si mette per lungo in una guaina che corrisponde
all’incirca all’altezza dell’albero. Per il Pen Duick VI l’ho prevista con
un diametro di 50 centimetri, affinché lo spinnaker stia comodo
all’interno. È mantenuta da cerchi di alluminio a entrambe le
estremità e a intervalli. Nella parte alta si restringe a 20 centimetri. I
cerchi alle estremità recano due piccoli anelli saldati in posizioni
diametralmente opposte e verticali rispetto al piano del cerchio. I
cerchi intermedi hanno gli stessi piccoli anelli, ma sul medesimo
piano.
Il cerchio superiore sarà sostenuto da due cavetti, che vanno dai suoi
piccoli anelli a uno piu robusto centrale, di acciaio. Da questo partirà
un penzolo di cavo d’acciaio, dello stesso diametro della drizza, che
sarà ammanigliato alla penna dello spinnaker. È lungo un metro, ed è
su questo penzolo che verrà a collocarsi la guaina, serrata a
fisarmonica, una volta liberato lo spinnaker.
Sui piccoli anelli del cerchio superiore saranno ammanigliati due
piccoli bozzelli nei quali si inferiranno due cavi tessili, che, dopo averli
passati nei piccoli anelli dei cerchi intermedi, sono dati volta a quelli
del cerchio inferiore. All’uscita dai bozzelli, questi due cavi sono riuniti
in uno solo. Sarà per mezzo di questi che si isserà la guaina alla
penna dello spinnaker.
Sui piccoli anelli del cerchio inferiore è dato volta un cavo che termina
con una patta d’oca che servirà a tirare la guaina verso il basso.
Gli angoli di scotta sono dati volta ai due piccoli anelli del cerchio
inferiore.
Per alzare, si ammaniglia la drizza sull’anello centrale, e si fa uscire lo
spinnaker della cala di prua attraverso il boccaporto. C’è da badare
soltanto che il lato della guaina sul quale si trova la piccola drizza per
issare la guaina stessa, resti sempre rivolto verso poppa. Di giorno, lo
si verifica facilmente e se occorre si fa agevolmente girare tutto il
cilindro su se stesso, grazie al moli nello della drizza. Per la notte,
avevo fatto cucire lungo la faccia poppiera della guaina una fascia
arancione, come quelle che servono alla segnalazione dei lavori
stradali. Cosi basta un lampo con la torcia a mano per accertarsi che
tutto sia in ordine.
Si smura, allora, l’angolo di mura e lo si incoccia alla varea del
tangone. Si prende ugualmente l’angolo di scotta per incocciarlo alla
sua scotta. Attenzione, in questa manovra, che il cavo che serve a far
ridi scendere la guaina sia bene verso poppa in relazione allo
spinnaker.
Ora resta solo da issare la guaina. Se la scotta è stata cazzata in
modo appena adatto a far subito gonfiare lo spinnaker, la guaina si
troverà alla penna più alla svelta di quanto ci metterete voi a issarla.
Si danno volta a piè d’albero la drizza e l’alabasso della guaina. Per
rientrare lo spinnaker, bisogna portare il tangone verso prua e filare la
FOTO A PAG. 108
scotta. Trovandosi allora lo spinnaker sventato, la guaina, quando si
ala sull’alabasso, ridiscende facilmente, ingoiando la vela.
Le manovre per alzare e ammainare lo spinnaker devono essere fatte
a gran lasco o in fil di ruota, ma non al traverso, perché, a causa dello
sbandamento e della pressione del vento sulla guaina (a bordo del
Pen Duick essa rappresenta un peso e una presa al vento non
trascurabili), rischierebbe di sfuggirvi e di andarsene a spasso
sottovento.
CAMBIARE MURE
Piccole imbarcazioni
La compressione sul tangone con vento in poppa, su queste
imbarcazioni, non è mai cosi forte da impedire a un marinaio di
scocciare il gancio del tangone dall’anello del carrello sull’albero. Egli
incoccia allora questo gancio all’anello della scotta sottovento, che
diventa il braccio. Scoccia dal braccio, che diventa scotta, il gancio
dell’altra estremità, e lo incoccia al carrello dell’albero.
Si possono manovrare cosi degli spinnaker già piuttosto grandi. Lo si
faceva, per esempio, a bordo dei 6 metri SI, i cui spinnaker devono
avere una superficie di un’ottantina di metri quadri. Questa,
probabilmente, è la massima taglia, per un simile metodo, perché
ricordo come, in certi giorni, la faccenda non fosse di tutto riposo,
nonostante che, in generale, si regatasse in acque riparate, cosi che,
anche quando c’era vento forte, non c’era mare, e ciò semplificava le
cose.
Grandi imbarcazioni
Non descriverò il metodo con un solo tangone, che non è utilizzabile
nella crociera di altura, richiedendo un equipaggio numeroso e la
possibilità di mollare gli stralli bassi. A bordo del Pen Duick VI,
richiede un timoniere, un uomo all’amantiglio, uno al caricabasso, due
a ciascuno dei coffee grinder (cioè quattro), due uomini ad alare, due
alla randa, uno alla mezzana, un prodiere per incocciare il braccio al
gancio del tangone quando quest’ultimo passerà sotto lo strallo. Si
arriva a tredici uomini, a condizione di non occuparsi delle sartie
volanti: un intero equipaggio da regata.
E infatti per la regata in triangolo, con i giri di boa, che questo metodo
è indispensabile. E l’unico che permette di girare una boa senza
perdere tempo, arrivando con vento al traverso sulle proprie mure e
ripartendo con vento al traverso sulle altre. In crociera è molto raro
che si abbia l’occasione di dover compiere questa manovra, e il
cambiamento di mure con due tangoni sarà sempre preferibile.
Per cominciare si mette a posto il secondo tangone. Lo si alza
sull’albero alla medesima altezza dell’altro. Il braccio sottovento, che
è in bando, viene incocciato al gancio del tangone. Si issa un poco
l’amantiglio, ma non troppo, in modo che la varea del tango
FOTO A PAG. 110
FOTO A PAG. 111
ne resti sempre ben sotto il bordame dello spinnaker e non rischi di
strapparlo. Si mette il tangone sopravvento a un’angolazione di punta
di circa 45 gradi. Si ala sul braccio sottovento cazzando la scotta fino
a che l’estremità del braccio non arrivi bene al gancio del tangone. Il
caricabasso non sarà stato troppo filato, in modo che l’angolazione sia
di circa 45°. Si regola l’amantiglio. I due tangoni sono dunque
all’incirca simmetrici rispetto alla prua. Si può allora cambiare mure
alla randa.
Per togliere il tangone sottovento, bisogna che si possa allascare il
braccio. A questo scopo si tesa a mano la scotta quanto più possibile
(salvo disporre, per la scotta, di un winch) e la si mette in uno
strozzascotte. Si può allora filare il braccio, filando un po’ l’amantiglio
e alando sul cavetto che comanda l’apertura del gancio del tangone.
Cosi il braccio resta libero dal tangone. Si cazza rapidamente la
scotta. Questa sarà stata messa sul winch non appena tolto il braccio.
Bisogna cazzare rapidamente perché lo spinnaker, non appena abbia
cessato di essere sbordato dal tangone, risulterà insufficientemente
bordato. Bisognerà filare bene l’amantiglio (senza far cascare il
tangone in mare), affinché la varea di quest’ultimo sia subito sotto il
bordame dello spinnaker e non rischi di strapparlo. Poi, la varea del
tangone sarà riposta sotto il ponte.
Il buttafuori o joekey-pool
È una piccola asta che si mette accanto all’albero, perpendicolarmente
all’asse longitudinale dell’imbarcazione, per sbordare il braccio dello
spinnaker, in modo che non vada a sfregare sulle sartie quando il
tangone non ha il braccio in forza. Ne risulta limitata anche la
compressione del braccio sul tangone. Questo buttafuori è comparso
sulle imbarcazioni solo da qualche anno. Infatti, non è indispensabile.
Ma è di una tale praticità, che ci si stupisce di aver potuto navigare
senza averlo.
La trinehettina da spinnaker
È una vela leggera, in nailon da spinnaker, che viene murata sul capo
di banda sopravvento, un po’ più indietro del punto di mura del fiocco.
Viene issata sia con la drizza di fiocco sia con quella della trinchettina.
Meno è forte il vento meno questa vela è efficace. Con brezze molto
leggere bisogna anzi ammainarla, perché disturba lo spinnaker e
diventa dunque nociva. Avendone più d’una, quando il vento
diminuisce si mettono le più piccole.
A bordo di una imbarcazione da crociera attrezzata a cutter questa
vela non è indispensabile, perché trova il suo impiego migliore con
vento teso al traverso, condizioni nelle quali la grande trinchettina
assolverà il suo compito quasi altrettanto bene.
FOTO A PAG. 113
Il big boy
E comparso sulle imbarcazioni da regata in anni recenti. E una vela
divertente e molto efficace. La velocità dell’imbarcazione se ne
accorge. Nulla vieta di usarla su un’imbarcazione da crociera.
Rappresenta un grande fiocco molto leggero, di nailon, tagliato dal
velaio secondo una forma speciale che lo differenzia da un ghoster.
Viene murato all’estrema prua e alzato esteriormente e sottovento
allo spinnaker. Non viene issato a ferro, affinché non venga contro lo
spinnaker.
Per alzare questa vela, penso che si debba avere una seconda drizza
dello spinnaker. Non consiglio di alzarla con una drizza del fiocco,
perché questa tirerà troppo di fianco, logorandosi all’uscita dalla
cavatoia della puleggia in testa d’albero. La scotta avrà il tirante sul
quadro di poppa.
Il big boy è efficace con vento in poppa e a gran lasco. Si è costretti
ad ammainarlo quando lo spinnaker, essendo orientato per illasco,
porta in modo eccessivo sul big boy. Si può allora alzare una
trinchettina da spinnaker che comincerà a portare efficacemente.
La carbonera dei ketch
Questa vela di strallo di mezzana è molto facile da alzare e da
ammainare, e molto efficace, soprattutto se il vento relativo è di
qualche grado a poppavia del traverso.
A bordo delle imbarcazioni da regata, le vele di strallo non sono
sempre della grandezza massima, per motivi di handicap. Ma a bordo
di un’imbarcazione da crociera non è il caso di privarsene, e potrete
dunque averne una grande che sarà murata alle landre sopravvento
delle sartie di maestra. Potrà ricoprire tutta la mezzana e, tagliandola
in modo da prevedere un angolo di scotta piuttosto alto, la borderete
facendone passare la scotta alla varea del boma di mezzana.
La ralinga d’inferitura della vela di strallo viene spesso a contatto con
lo strallo di poppa dell’albero di maestra. La tela che ricopre il cavo
d’acciaio della ralinga risulta in genere logorata molto rapidamente in
quel punto. I velai predispongono delle protezioni di cuoio, a mo’ di
baderne, che anch’esse non resistono a lungo.
Il rimedio più efficace che ho trovato consiste nel cucire un tubo di
plastica, di buon spessore, aperto da un lato per metterlo a cavallo
sull’orlo della vela.
Lo spinnaker di mezzana
E un tipo di carbonera, ma un po’ speciale. Si tratta di uno spinnaker
molto piccolo che non presenta alcuna difficoltà di manovra e che
rispetto alla vela di strallo di mezzana offre il vantaggio che non
maschera la vista sottovento, essendo il bordame molto più in alto.
Anche la superficie è maggiore e, a gran lasco, tira molto di più.
FOTO A PAG. 115
A bordo del Pen Duick VI usiamo la carbonera con vento a proravia
del traverso e fino a circa 10° a poppavia dello stesso. Dopo, usiamo
lo spinnaker di mezzana. Ai limiti superiori del gran lasco o in fil di
ruota, occorre ammainare la mezzana affinché lo spinnaker di
mezzana possa portare. In fil di ruota e con brezze leggere si può
andare anche avendo a riva solo vele leggere e di grande superficie,
che portano bene, ammainando le rande di mezzana e di maestra. Si
hanno a riva allora lo spinnaker, il big boy e lo spinnaker di mezzana.
Questa combinazione funziona.
Per motivi di stazza, come a proposito della carbonera, sulle imbar
cazioni da regata non si può avere uno spinnaker di mezzana della
grandezza che si vorrebbe. In particolare, secondo il piano di velatura
dell’imbarcazione, bisogna farlo talvolta un po’ strettino. Questo è il
caso per il Pen Duick VI, dove il nostro spinnaker di mezzana manca
un po’ di spalle. Ma non ci sono questi problemi in crociera, ed è pos
sibile concedersi un bel piccolo spinnaker.
All’angolo di mura, lo spinnaker di mezzana ha due cime: una va
verso prua, e potrà essere data volta, per esempio, su una galloccia
dell’albero di maestra; l’altra verso poppa. A bordo del Pen Duick
questa cima è data volta quanto più in alto possibile sulla sartia o
sullo strallo basso di mezzana o sulla sartia volante. Giocando su
queste due cime si regola la posizione dell’angolo di mura. La scotta
passa in varea del boma di mezzana. Giocando su queste manovre e
sulla drizza, si lascia partire lo spinnaker sottovento, affinché non
sventi la randa di maestra. Giunge a essere, in pratica, nel
prolungamento di quest’ultima.
Nei pressi dell’andatura al traverso, e se il vento rinfresca, non biso
gna tenerlo alzato troppo a lungo, perché farebbe inevitabilmente
straorzare l’imbarcazione.
Grande trinchetta delle golette
Le golette hanno sempre una gran vela di lasco, che occupa tutto il
posto fra i due alberi andando a sovrapporsi alla vela maestra. Gli
americani, presso i quali gli schooner erano numerosissimi, la
chiamavano gollywobbler. Trattandosi di una vela davvero molto
grande, fornisce, al lasco, un contributo considerevole. A bordo del
Pen Duick III, con brezza molto leggera, l’utilizzavamo persino di
bolina stretta in modo molto vantaggioso.
È una vela inferita sulla rotaia dell’albero di trinchetto e alzarla o
ammainarla non presenta quindi alcuna difficoltà.
A bordo del Pen Duick III, per migliorare il rendimento di questa vela
nelle andature in fil di ruota e a gran lasco, l’alzavo con un wishbone,
e allora occorreva mettercisi in parecchi. Ma senza questa doppia
asta, un uomo da solo manovrava la vela senza problemi.
FOTO A PAG. 117
Viene regolata cazzando la drizza, come nel caso di una randa di
maestra, e lavorando sulle due scotte: quella in basso, simile a una
scotta del fiocco, e quella in alto che va in testa dell’albero di maestra.
1) MANUALE PRATICO DELLE MANOVRE
INDICE
Ormeggio di fianco alla banchina o a una barca
Cime di ormeggio
Ormeggio di fianco a un’imbarcazione
Manovra in porto a motore
Effetto evolutivo dell’elica
Un colpetto di motore
Giro sul posto
Manovre di attracco e di partenza
Ormeggio di punta con la poppa o la prua alla banchina e con l’ancora di prua o di poppa
Consiglio importante
Manovra in porto sotto vela
Principi generali
Fattori che influiscono sulla curva di evoluzione
Evoluzione sotto vela
Fattori che influiscono sull’inerzia
Prendere la boa
Attracco
Lasciare l’ormeggio
Lasciare l’ancoraggio
Manovra delle ancore
Ancore, catene e cavi
Scelta delle ancore
La « linea di ormeggio »
Come dar fondo
Mettere in secco
Puntellamento
Restare in secco lungo una banchina
Incagliare
Incaglio
Disincaglio
Confronto delle varie attrezzature ai fini della manovra
A due alberi e a un albero
Regolazioni
Premessa
Regolazione longitudinale
Regolazione laterale
Regolazione della velatura
Vele da lasco: lo spinnaker
Cambiare mure
Ridurre la velatura
Manovre con cattivo tempo
Cattivo tempo alle andature portanti
La cappa
L’ancora galleggiante
Attrezzature di fortuna
Timone di fortuna
Albero di fortuna
Uomo in mare
Come recuperare un uomo in mare
Rimorchio
Come rimorchiare una imbarcazione
Lavori marinareschi comuni
Nodi
ORMEGGIO DI FIANCO ALLA BANCHINA
O A UNA BARCA
CIME DI ORMEGGIO
Le cime di ormeggio che trattengono l’imbarcazione nel posto voluto
hanno nomi precisi:
a) La barbetta di prua (prodese) e la codetta di poppa (poppese)
che, in banchina, vanno incappellate a terra rispettivamente più a
proravia e più a poppavia dell’imbarcazione.
b) I traversini di prua e di poppa, che vanno incappellati
perpendicolarmente alla prua e alla poppa dell’imbarcazione.
c) Gli spring, una volta detti « batticulo », dati volta a prua e a
poppa ma incappellati a terra in direzione opposta: verso poppa
quello di prua e verso prua quello di poppa.
E’ chiaro che se gli ormeggi sono debitamente regolati, così da fare a
coppie (quelli che impediscono di avanzare e quelli che impediscono di
indietreggiare), l’imbarcazione ormeggiata in questo modo rimane
trattenuta contro la banchina e parallela ad essa, senza la possibilità
di spostarsi né in avanti né indietro. Questo è il classico ormeggio
teorico; ma è ovvio che non sempre l’imbarcazione sarà ormeggiata
con sei cime. Bisogna anche dire che questo tipo di ormeggio va
benissimo quando si attracca a una banchina dove non c’è marea o a
un pontile galleggiante che monta e scende con essa. Se l’approdo ha,
invece, un flusso e un riflusso apprezzabili, bisognerà regolare gli
ormeggi in relazione ai cambiamenti del livello del mare. Spesso, in
questo caso, si rinuncerà ai traversini. Si incappelleranno solo le cime
di prua e di poppa e gli spring, ma con un discreto imbando, affinché
l’imbarcazione possa montare e scendere accanto alla banchina. Se il
vento soffia dalla banchina, questo tipo di ormeggio presenta un
inconveniente: l’imbarcazione si scosta un po’ troppo dalla banchina
stessa e ciò ai fini dell’imbarco e dello sbarco. Allora, se si vuole che
rimanga affiancata, si è costretti a incappellare nuovamente i
traversini.
FOTO A PAG. 9
Talvolta in banchina non ci sono bitte o anelli per tutte queste cime.
In particolare, se si attracca in punta ad essa, non si potrà dare la
barbetta o la codetta; ma ciò non importa molto. Come regola
generale, affinché l’imbarcazione sia ormeggiata a dovere, basta che
abbia (ma come minimo) quattro ormeggi: barbetta e codetta, più
due spring; oppure barbetta e codetta più due traversini; oppure due
spring più due traversini. Insomma, importa che a prora e a poppa
l’ormeggio sia simmetrico. Non andrebbe bene, per esempio, avere a
poppa uno spring e un traversino e, a prua, un traversino e una
barbetta. Troppe persone, ancor oggi, si accontentano di una cima a
prua e di un’altra a poppa, date volta dove capita. Accade allora che
l’imbarcazione avanzi o indietreggi secondo il vento e la corrente, con
il rischio che finisca addosso alle imbarcazioni ormeggiate davanti o
dietro. Rischia anche di non restare parallela alla banchina e i suoi
parabordi, eccetto il caso che ne abbia dappertutto lungo i fianchi,
non interporranno più la loro difesa.
Se sulla banchina ci sono delle bitte, bisogna formare sulla cima una
gassa piuttosto allungata. Se sulla bitta troviamo già uno o più cavi,
passeremo internamente a tutti i precedenti, prima di incappellare il
nostro. In questo modo, gli ormeggi presi prima potranno essere
disimpegnati con facilità, mentre il nostro cavo rimane al suo posto.
Se abbiamo impegnato la bitta per primi, ma la gassa della nostra
cima non è abbastanza lunga, quelli che vengono dopo di noi non
possono ormeggiare nel modo detto sopra e perciò, al momento
buono, non potremo più disimpegnare la nostra cima.
FOTO A PAG. 10
ORMEGGIO DI FIANCO A UN’IMBARCAZIONE
Se un’imbarcazione più piccola si affianca ad una più grande, nulla le
vieta di adottare, per ormeggiarsi, il modo classico, con ormeggi di
prua e di poppa, traversini e spring. Se la lunghezza delle
imbarcazioni è più o meno uguale, i cavi di prua e di poppa non si
potranno dare; bisogna quindi regolare bene traversini e spring,
affinché i parabordi si presentino sempre nel modo voluto. Molti si
accontentano di prendere l’ormeggio così, e capita talvolta di vedere
tutta una serie di barche ormeggiate in andana, in cui la prima
soltanto assicura tutte le altre alla banchina, oppure, di prua e di
poppa, ai gavitelli. Non mi pare ben fatto. Anche chi arriva dopo deve
dare le cime di prua e di poppa ai punti fissi d’ormeggio. Altrimenti, se
appena vengono vento o corrente forti, gli ormeggi della prima –
idonei a trattenere una imbarcazione, non dieci – potrebbero
spezzarsi. Lo stesso vale per le sue gallocce e le sue bitte, che
rischiano anch’esse di saltar via. E sarà in ogni caso poco piacevole,
per chi sta nella prima imbarcazione, udire i propri cavi
« scricchiolare » disperatamente nelle bocche di rancio.
Non dimentichiamo che spetta all’ultimo arrivato dare fuori i parabordi
e badare che il suo ormeggio sia del tutto corretto e senza pericoli per
il vicino. Bisogna sempre stare attenti a quel che si fa, per non
laurearsi al concorso della migliore barzelletta dell’anno. Alcune
stagioni or sono abbiamo conferito i premio a un uomo del nostro
equipaggio, protagonista del bello scherzo seguente: in arrivo a
Yarmouth con il Pen Duick IV, nel cuore della notte, ci affianchiamo a
uno yacht inglese a motore.
FOTO A PAG. 11
La manovra era andata liscia e sicuramente non avevamo svegliato la
gente a bordo dell’imbarcazione inglese. Ed ecco che uno dei miei
uomini pensa bene d’inserire un parabordo supplementare. Lodevole
intenzione. Per fare questo, punta bene le spalle contro la tuga della
barca a motore e spinge con i piedi sul fasciame del Pen Duick. Non
aveva notato di essersi addossato a un vetro, e c’è passato
attraverso. Peccato che, data l’ora antelucana, non ci fossero
spettatori: si sarebbero fatti una bella risata. Da parte nostra, non
avevamo affatto voglia di ridere e o inghirlandato il malcapitato con
tutto un florilegio di epiteti. Anche la coppia inglese non rideva.
MANOVRA IN PORTO A MOTORE
EFFETTO EVOLUTIVO DELL’ELICA
Poiché quasi tutte le imbarcazioni sono provviste di motore ausiliario,
tanto vale sapersene servire. D’altra parte, oggi i porti turistici sono
sempre più affollati e , salvo avere un’imbarcazione davvero molto
piccola, è quasi impossibile manovrare sotto vela tra i pontili
galleggianti.
Se poi l’imbarcazione è grande, in porto le manovre sotto vela
possono diventare molto pericolose. A un errore non si può più porre
riparo scostando a mano per largarsi. Una trentina di tonnellate che
vengono, anche lentamente, contro una banchina o contro un’altra
barca, costituiscono una botta notevole. A vela, con il Pen Duick III
che non aveva motore, bene o male ce l’avevamo; ma credo che , con
i suoi 17,45 metri e le sue 13 tonnellate, rappresentasse un massimo.
Anche con il Pen Duick VI ci dilettiamo, di tanto in tanto, a manovrare
sotto vela; ma occorre che il posto sia sgombro e che le condizioni di
vento e corrente siano favorevoli. Nella maggior parte dei casi, se non
si vogliono correre dei rischi enormi, bisogna manovrare a motore.
Per riuscirci, è indispensabile conoscere bene la propria barca e,
insieme, alcuni principi fondamentali. Troppe persone li ignorano e
perciò manovrano male a motore, senza capire perché. Il principio per
eccellenza, importantissimo e ignoratissimo, è l’effetto evolutivo
dell’elica.
La pala dell’elica che si trova in basso lavora a maggiore profondità di
quella in alto. Prendiamo il caso di un’elica che, vista di poppa, in
marcia avanti gira in senso orario, cioè in quello delle lancette di un
orologio. La forza F esercitata dalla pala alta si scompone nella spinta
di propulsione P, che fa avanzare l’imbarcazione, e in una forza di
attrito T, perpendicolare all’asse dell’imbarcazione stessa. Allo stesso
modo, sulla pala inferiore, la forza F’ si scompone in P’ E t’. Ma, per la
diversa profondità dell’acqua in cui lavorano le due pale, F’ è
maggiore di F e quindi T’ è maggiore di T. La differenza fra T e T’ do
una forza R, perpendicolare all’asse dell’imbarcazione, che tende
dunque a trascinare la poppa a dritta. Ma l’elica proietta dell’acqua
verso il timone, e l’acqua proiettata dalla pala inferiore sarà più forte
di quella proiettata da quella superiore. L’acqua in basso, se l’elica è
nell’asse longitudinale della barca, colpirà la pala del timone da dritta
mentre quella in alto la colpirà da sinistra.
Questo effetto compensa la forza R. Se l’elica è decentrata, cioè non
si trova in corrispondenza all’asse longitudinale dell’imbarcazione,
sarà generalmente dalla parte opportuna affinché questo spostamento
agisca contro la forza R. Con il senso di rotazione scelto per il nostro
esempio, l’elica sarà spostata verso dritta.
FOTO A PAG. 15
Quindi, in marcia avanti, l’effetto evolutivo dell’elica ai fini dello
spostamento laterale della poppa della barca sarà trascurabile e il
timoniere non se ne accorgerà nemmeno.
Lo stesso non vale per la marcia indietro. Se l’elica è decentrata,
l’effetto di questo spostamento si sommerà a quello impresso
dall’elica. La pala del timone non riceverà più l’acqua dall’elica; la pala
di quest’ultima, viceversa proietterà dell’acqua verso la volta di
poppa, e la forza che verrà esercitata in questo modo sulla volta si
sommerà all’effetto evolutivo. A marcia indietro, dunque, quest’ultimo
diventa molto rilevante e la poppa della barca (sempre nel caso del
senso di rotazione scelto per questo esempio) sarà spinta verso
sinistra. Se la barca ha poco o niente abbrivo, in avanti o indietro, che
consenta al timone di scontrare questo effetto, la poppa andrà a
sinistra inesorabilmente.
C’è un altro effetto, che spesso è abbastanza trascurato: l’effetto del
vento su un’imbarcazione che manovra a motore. In assenza di
abbrivo, l’imbarcazione prende, rispetto al vento, una posizione di
equilibrio, traversandosi sensibilmente e scarrocciando lateralmente.
Se c’è abbrivo, l’effetto anti-scarroccio dello scafo e della chiglia si
farà sentire; ma non al punto di annullare lo scarroccio. Ne consegue,
dunque, che a macchina avanti e con vento al traverso i filetti fluidi
verranno a colpire il mascone sottovento della prora, e faranno orzare
l’imbarcazione. Ugualmente, a marcia indietro, i filetti d’acqua
vengono sottovento a colpire la volta di poppa. La regola, dunque, è
questa: in abbrivo, sia a marcia avanti, sia a marcia indietro,
l’imbarcazione tende a stringere il vento. A marcia avanti, non
stringerà fino a vento in prora e si limiterà a una posizione che
corrisponde un po’ a quella di bolina stretta sotto vela. Ma, con vento
in poppa, rimonterà fino nel letto del vento, posizione che diventa di
equilibrio stabile. Poiché il timone è più efficace a marcia avanti che a
marcia indietro, se questa azione del vento, quando si fa macchina
indietro, si somma all’effetto evolutivo dell’elica, bisognerà tenerne
gran conto durante la manovra. Occorrerà che la barca abbia preso
molto abbrivo indietro prima che si possa contrastare questo effetto
con la barra, e intanto la barca avrà già descritto una curva notevole
che dev’essere stata prevista se non ci si vuole imbarcare in una
manovra che non si potrà portare a termine per mancanza di spazio.
A parte questi principi generali, bisogna avere una buona conoscenza
circa le reazioni della propria barca. Secondo le sue caratteristiche –
la forma di carena, gli attriti dell’opera morta, il peso, le peculiarità
del suo motore e della sua elica, e la posizione di quest’ultima – ogni
imbarcazione avrà delle reazioni particolari. Non occorre neanche dire
che l’imbarcazione con carena slanciata prende l’abbrivo e, a motore
spento, lo conserva più facilmente di quella con forme tozze.
Così pure, un’imbarcazione a dislocamento pesante avrà più inerzia di
una a dislocamento leggero.
FOTO A PAG. 17
Quella con pinna di deriva stretta scarroccerà di più, in assenza di
abbrivo, rispetto a quella con chiglia lunga; ma, con abbrivo, avverrà
probabilmente il contrario. La curva di evoluzione sarà più stretta per
l’imbarcazione che ha la chiglia corta e il timone lontano a poppa, che
non per l’imbarcazione a chiglia lunga.
Secondo la potenza del motore rispetto al dislocamento, le reazioni
dell’imbarcazione saranno più nervose o meno. Certe eliche fisse sono
concepite in modo da avere dei buoni rendimenti a marcia indietro e,
in questo caso, si può contarci per fermarsi rapidamente. Ma le eliche
provviste di pale chiudibili (per diminuire l’attrito quando si è sotto
vela) rivelano un pessimo rendimento a marcia indietro. E’ chiaro che
la forza centrifuga e la reazione dell’acqua sulle pale, a macchina
avanti, aprono facilmente l’elica. Ma, a macchina indietro, occorre che
le pale non siano sottoposte a forze superiori a quella centrifuga,
perché in tal caso le pale si richiudono. Occorre quindi che, a
macchina indietro, l’elica sviluppi pochissima potenza. E’ necessario
che si abbia chiaro in mente il fatto che, a macchina indietro, ci si
fermerà in maggiore spazio. Infine, alcune imbarcazioni risulteranno
più sensibili di altre all’effetto evolutivo dell’elica, secondo la posizione
di quest’ultima rispetto all’asse longitudinale dell’imbarcazione e alle
forme della volta di poppa.
Può darsi che non sia indispensabile sapere teoricamente in che senso
giri la nostra elica né rifare il piccolo ragionamento di cui sopra allo
scopo di sapere da che parte se ne andrà la poppa; ma è
tassativamente necessario, comunque, conoscere il risultato che si
sarà osservato sperimentalmente.
UN COLPETTO DI MOTORE
Se con l’imbarcazione sprovvista di abbrivo si mette la barra dal lato
opportuno per far virare la barca nel senso voluto, come se avesse
abbrivo, e se si fa macchina avanti, la pala del timone, colpita dai
filetti d’acqua proiettati dall’elica, farà spostare la poppa
dell’imbarcazione e farà dunque virare quest’ultima nel senso voluto.
L’imbarcazione, prima di prendere un abbrivo apprezzabile in avanti,
avrà avuto il tempo di cambiare prua di qualche grado.
Questo effetto del « colpetto di motore » si farà ugualmente sentire se
l’imbarcazione ha un po’ di abbrivo in avanti o indietro. Spegnendo il
motore, l’evoluzione iniziata continuerà per inerzia.
GIRO SUL POSTO
Sfruttando il colpetto di motore e l’effetto evolutivo dell’elica si potrà
far girare l’imbarcazione praticamente sul posto. Questa manovra si
può compiere soltanto da una parte: quella opposta alla parte verso la
quale la poppa viene spostata dal passo dell’elica quando si fa
macchina indietro. Per quel che riguarda l’imbarcazione del nostro
esempio – in cui, a marcia indietro, la poppa va a sinistra – l’accostata
avverrà a dritta.
FOTO A PAG. 19
Cominciamo dunque mettendo barra tutta a dritta, nel caso della
ruota del timone (a sinistra se si tratta di barra a mano), e diamo
macchina avanti. Un colpetto di accelleratore manderà la poppa a
sinistra. Prima che l’imbarcazione abbia fatto, in avanti, più di qualche
metro, fermiamo e passiamo subito a marcia indietro. Quel po’ di
abbrivo in avanti verrà così interrotto, ma il passo dell’elica continuerà
a far spostare a sinistra la poppa. Non occorre cambiare barra, poiché
non si prenderà abbrivo all’indietro: appena l’imbarcazione comincerà
ad abbrivare un pochino indietro, si ripasserà a macchina avanti per
un nuovo colpetto di motore, e così via, fino ad avere la prua che si
desidera. Secondo il posto disponibile per l’evoluzione, si può
prendere, in questa manovra, un po’ più di abbrivo in avanti o
indietro. All’occorrenza, lo spazio in cui si compie l’evoluzione può
essere di una lunghezza superiore di appena qualche metro a quella
dell’imbarcazione stessa.
MANOVRE DI ATTRACCO E DI PARTENZA
Il ragionamento, a proposito di queste manovre, continuerà a
presupporre un’elica che gira nel medesimo senso di quella dei
paragrafi precedenti. Detto ciò, e in base a quanto precede, risulta
che l’attracco sarà molto più facile su un bordo che sull’altro, cioè sarà
più facile approdando a sinistra.
FOTO A PAG. 20
Ci si presenta con un’angolazione di una ventina di gradi rispetto alla
banchina. Quando si darà indietro per fermare, l’effetto evolutivo
dell’elica raddrizzerà la barca, mettendola parallela alla banchina. Così
si può accedere facilmente anche a un ormeggio disponibile fra altre
imbarcazioni o a una banchina con pontili davanti e dietro. Se il vento
soffia forte e al traverso in direzione della banchina, non bisogna
spettare che la prua sia troppo vicina prima di far macchina indietro,
purché durante la manovra il vento provocherà scarroccio verso la
banchina stessa. Viceversa, se il vento soffia dalla banchina,
bisognerà portare la prua a toccarla, prima di far macchina indietro,
per non ritrovarsi troppo lontano. Se c’è un forte vento in poppa, o
corrente in poppa, occorrerà fare macchina indietro a lungo per
fermare l’imbarcazione. Quindi l’effetto evolutivo dell’elica agirà per
un momento apprezzabile e perciò bisognerà presentarsi con
parecchia angolazione. Con vento o corrente in prua sarà vero
l’opposto.
Accostare sulla dritta sarà più difficile, poiché, a macchina indietro, la
poppa tenderà a scostare dalla banchina. Con le piccole imbarcazioni
a motore, che hanno un buon rendimento dell’elica a marcia indietro,
la tecnica consiste nell’arrivare con parecchia angolazione e in
velocità. All’ultimo momento, dando parecchia barra, si imprime
all’imbarcazione il movimento giratorio per portarla rapidamente
parallela alla banchina. Poi si dà energicamente macchina indietro.
Grazie al buon rendimento a marcia indietro, l’imbarcazione viene
fermata quasi subito, mentre, contemporaneamente, l’inerzia della
evoluzione viene contrastata dall’effetto evolutivo dell’elica. Se ci si è
regolati bene, si viene a banchina con dolcezza, giusto nel punto
previsto.
Non è invece possibile procedere così con la maggior parte delle
imbarcazioni a vela provviste di motore ausiliario. Se dietro il posto
d’ormeggio c’è acqua libera, si verrà molto lentamente lungo la
banchina, parallelamente ad essa.
FOTO A PAG. 22
Ci sarà poco bisogno di far macchina indietro, e l’imbarcazione si
fermerà restando parallela alla banchina, o quasi. Con vento di prua o
corrente di prua, la manovra è ancora più facile; si complica, invece,
nel caso opposto. Anche approdando molto lentamente bisognerà che
l’imbarcazione, per contrastare l’effetto del vento o della corrente,
abbia un’angolazione considerevole. L’unica soluzione consiste nel
mandare a terra un cavo: la codetta di poppa. Bisognerà evitare che
si irrigidisca troppo bruscamente, altrimenti la poppa
dell’imbarcazione verrà a incollarsi contro la banchina; si deve invece
filarlo a mano e frenarlo con dolcezza. Si può mandare a terra, come
supplemento, lo spring prodiero: anche l’uomo che se ne occuperà
dovrà stare bene attento a filarlo a mano affinché la prua non vada a
collidere contro la banchina. In questo modo ci si può ormeggiare
lentamente e parallelamente ad essa.
Il caso noioso, ovviamente, è quello dell’attracco a un posto
d’ormeggio tra due banchine. A meno di avere vento o corrente in
prua (cosicché l’imbarcazione risulta fermata senza necessità di fare
macchina indietro e offrendo quindi la possibilità di portarla al suo
posto per mezzo di colpettini di motore), dovremo rassegnarci a
completare la manovra alandoci sui cavi di ormeggio. Si porta adagio
la prua dell’imbarcazione nello spazio libero. Da prua si mandano le
cime a terra, e ci si serve di queste per fare accostare l’imbarcazione.
FOTO A PAG. 23
Mandare una cima a terra costituisce una faccenda delicata e
importante. Si può mancare una manovra difficile, ma andata bene
fino a questo punto, solo perché bel finale la cima non è stata
mandata a terra per colpa di un marinaio maldestro. Così pure, una
manovra un po’ pasticciata si può rimediare con una cima lanciata al
momento giusto, che arriva bene a destinazione. Però, pochi sanno
lanciare bene una cima.
FOTO PAG. 24
Se è preparata male, generalmente casca in mare a pochi metri dalla
barca. Molti calcolano male la distanza o le proprie forze, ragion per
cui la cima, anche in questo caso, cade a un metro dalla banchina. Se
l’imbarcazione non si avvicinerà ulteriormente, si può tentare un
lancio alla disperata; nulla di più ridicolo, viceversa, di queste cime
lanciate da troppo lontano, se l’imbarcazione si sta ancora
avvicinando e quindi basterebbe che aspettassimo un po’ per essere
a portata di lancio. Perdiamo tempo anziché guadagnarne; bisogna
ricuperare il cavo, riadugliarlo, buttarlo di nuovo. E’ quanto accade
una volta su due, attraccando, a bordo del Pen Duick, con gente che
pure va per mare da anni. In questi casi, non so più dove andare a
nascondermi, e fingo di non vedere.
L’ideale sarebbe di avere a bordo un lanciasagole, magari due,
preparati in precedenza: uno a prua l’altro a poppa. Così le cime,
abbastanza leggere, trascinate dalla pigna all’estremità, si possono
lanciare lontano con precisione, salvando in parecchi casi la
situazione. Ma a bordo ci sono già tante cime! Per conto mio mi sono
sempre detto che dovrei munirmi di questo accessorio, ma confesso
umilmente che ne ho avuti molto raramente. L’ultimo in ordine di
tempo mi è stato rubato: ciò dimostra, almeno, che qualcuno
riconosce l’utilità del lanciasagole, salvo che sia stato l’aspetto
estetico della pigna a tentare l’ignoto ladro.
FOTO A PAG. 25
La partenza a motore, generalmente, è una manovra abbastanza
semplice. Per partire a macchina avanti, si molla tutto eccetto lo
spring poppiero che, non dimentichiamo, deve essere dato volta
all’estrema poppa e non già come accade spesso, ad un punto
qualsiasi del fianco. Se lo spring non c’è, bisogna metterlo, prima di
cominciare la manovra. Si prepara un parabordo, bene a poppa, poi si
dà motore indietro. Lo spring, tendendosi, incollerà la poppa a
banchina e perciò la prua scosterà. E’ allora che si fa macchina avanti,
dando un po’ di barra per scostare la poppa. Rispetto ad essa, in
questo modo, l’imbarcazione potrà prendere solo una debole
angolazione, quindi la manovra non sarà possibile se avete, di prua,
una o più imbarcazioni affiancate che sporgono parecchio dalla
banchina, o se il vento vi spinge con forza verso quest’ultima.
In tal caso, occorrerà partire a marcia indietro. Allo scopo, si fanno
disporre dei parabordi a prua, si molla tutto meno lo spring prodiero,
si dà barra alla banda in modo che la pala del timone risulti orientata
verso la banchina, e si dà macchina avanti. Bisogna dare poco gas e
per breve tempo, perché lo scopo è quello di tendere lo spring e far
venire con dolcezza a banchina l’estrema prua. In quel momento si
ridà macchina avanti, dando gas progressivamente. L’acqua proiettata
dall’elica sul timone produrrà su quest’ultimo una forza che farà
scostare la poppa. Si tratta di un effetto molto forte e anche se soffia
vento fresco in direzione della banchina, si riesce a far rimontare la
poppa al vento. All’occorrenza, in questo modo, si può venire fino a
trovarsi perpendicolari alla banchina. La difficoltà che allora si
presenta, con certe ruote di prua, consiste nel mettervi dei parabordi.
Quando si giudica che – tenuto conto dell’effetto evolutivo dell’elica,
del vento, della corrente e della direzione bella quale si deve partire –
l’angolazione sia sufficiente, è venuto il momento di staccarsi dalla
banchina a macchina indietro. Se sulla banchina non c’è nessuno per
mollarvi l’ormeggio, avrete provveduto a passare quest’ultimo a
doppino.
ORMEGGIO DI PUNTA CON AL POPPA O LA PRUA ALLA BANCHINA E CON L’ANCORA DI PRUA O DI POPPA
Esistono molti porti in cui le imbarcazioni si ormeggiano di punta, con
la poppa alla banchina e dando fondo all’ancora di prua.
Generalmente si ha la poppa alla banchina perché è più facile
sistemare una passerella a poppa che a prua.
Per « incastrarsi » così, con precisione, fra due imbarcazioni, la
manovra non è facile. E’ chiaro che, per quanto possibile, l’ideale
sarebbe di passare sul punto di ancoraggio con abbrivo (indietro)
sufficiente per governare bene. Filiamo la catena senza farla mettere
in forza e governiamo facilmente per far entrare la poppa nel posto
voluto. Purtroppo, ci si troverà spesso in condizione di dover dare
fondo senza abbrivo e poi indietreggiare verso il posto di ormeggio.
Se date fondo in questo modo, in posizione ben perpendicolare alla
banchina e davanti al posto che volete occupare, la direzione in cui
indietreggerete non sarà quella opportuna in quanto, a causa dello
spostamento impresso alla poppa dall’elica, non andrete nella
direzione voluta. Bisognerà dunque dar fondo avendo, rispetto alla
banchina, un’angolazione che dipenderà dall’entità dell’effetto
evolutivo dell’elica che è proprio di quella imbarcazione. Se c’è vento,
anche di questo bisognerà tenere conto. Avrete l’imbarcazione che
non governa durante quasi tutta la manovra, perciò il buon esito di
quest’ultima dipenderà da una buona stima dell’angolazione al
momento di dar fondo.
A causa di tutto ciò, è molto più semplice venire con la prua alla
banchina. Per evitare di trasportare a poppa tutta l’attrezzatura di
ancoraggio, si darà fondo di prua. Si sarà ammanigliata l’estremità
superiore della catena a un cavo che raggiungerà la poppa passando
sotto il pulpito, estremamente ai candelieri. Facendo macchina avanti,
sarà facile governare per portare l’imbarcazione al posto di ormeggio.
CONSIGLIO IMPORTANTE
Manovrare sempre quanto più adagio è possibile. Non serve a niente
fare gli sbruffoni, manovrando con grandi colpi d’accelerazione. Con
tutta probabilità, finisce piuttosto male. Viceversa se, prima di
accostare, si ferma il motore abbastanza lontano, si perderà abbrivo
progressivamente e così si avrà il tempo di valutare meglio la
presentazione. Se risulta che occorre modificare un po’ la traiettoria,
si può farlo a colpetti d’acceleratore; arrivando in velocità, invece,
questo non è possibile. Per fermarsi, non sarà necessario dare indietro
energicamente (con il vantaggio, dunque, di limitare l’effetto evolutivo
d’elica) e si sarà sicuri di fermare l’imbarcazione, mentre in
considerazione della scarsa potenza a marcia indietro, che caratterizza
generalmente il motore ausiliario delle imbarcazioni a vela, si rimarrà
spesso sorpresi della notevole distanza occorrente per fermare uno
yacht bene in abbrivo.
Ometto di parlare della manovra con due eliche. Questa disposizione
è molto rara e può trovarsi soltanto su barche di considerevole
grandezza. Inoltre la manovra, in questo caso, risulta semplificata e
non pone più molti problemi.
MANOVRA IN PORTO SOTTO VELA
PRINCIPI GENERALI
Ancor più delle manovre a motore, quelle sotto vela richiedono una
conoscenza perfetta della barca. Nel capitolo sulla manovra a motore
mi sono limitato semplicemente a citare le nozioni « curva di
evoluzione » e « inerzia », che hanno anche lì la loro importanza; ma
ora queste nozioni diventano a tal punto primarie che è opportuno
osservare con una certa attenzione perché certe imbarcazioni siano
più o meno evolutive, e perché abbiano inerzia maggiore o minore,
cioè perché vadano, in abbrivo, più o meno lontano.
FATTORI CHE INFLUISCONO SULLA CURVA DI EVOLUZIONE
Sono costituiti dalle forme di carena ma soprattutto dalla forma della
chiglia e dalla posizione e forma del timone.
a) La chiglia
Dato che le evoluzioni dell’imbarcazione sono prodotte dal timone e
dato che esso si trova a poppa, appunto la poppa si sposterà
lateralmente. L’imbarcazione, quindi, non girerà intorno a un punto
centrale, bensì intorno a quello che si chiama punto giratorio, Pg, il
quale descriverà la curva di evoluzione. Il punto suddetto sarà sempre
verso prua, più o meno vicino ad essa secondo che la parte poppiera
dell’imbarcazione presenti una superficie immersa più o meno grande
capace di contrastare lo scradimento di poppa.
Quindi un’imbarcazione con chiglia lunga offrirà una grande resistenza
allo spostamento della poppa e virerà seguendo una curva di
evoluzione di grande raggio. L’imbarcazione che ha per chiglia una
stretta pinna virerà, viceversa, con una curva modesta. Nel caso
d’imbarcazioni di quest’ultimo tipo, le evoluzioni e, in particolare, il
virare di bordo, si effettueranno rapidamente, senza problemi e in
minimo spazio, mentre con la prima occorrerà molto spazio e, a
debole velocità, è sempre possibile mancare la virata.
Notiamo, di sfuggita, che bisogna diffidare di questo spostamento
della poppa. Non è detto che, se la prua scapola l’ostacolo, anche la
poppa gli passi necessariamente accanto.
b) Il timone
La sua azione dipenderà dalla posizione, superficie e forma che ha, e
dal’angolo di incidenza che gli si fa.
Quanto più il timone è situato lontano verso poppa, tanto più risulterà
efficace, perché tanto maggiore sarà il braccio di leva secondo cui si
eserciterà la forza sviluppata. Un’imbarcazione a chiglia corta con il
timone subito dietro avrà barra poco sensibile. Viceversa
un’imbarcazione a chiglia corta, con il timone separato e armato
lontano verso poppa risulterà molto evolutiva.
FOTO A PAG. 31
A parità di superficie, il rendimento idrodinamico del timone dipenderà
dalla forma. Poiché si tratta di una pala sottile dentro un fluido in
movimento, come un’ala di aereo o una vela, obbedisce alle leggi
proprie alla meccanica dei fluidi. Per una data superficie e un dato
angolo d’incidenza, la forza esercitata dal piano dipenderà dal
cosiddetto « allungamento » e dal profilo. L’allungamento è il rapporto
altezza-larghezza. Quanto più è grande, tanto maggiore è la forza
sviluppata.
Per un timone situato subito a poppavia della chiglia, non c’è gran
scelta in merito al profilo. Partendo da uno spessore prossimo a quello
della chiglia, andrà assottigliandosi verso il bordo d’uscita. Per un
timone sospeso, occorrerà scegliere un buon profilo, cioè, in
particolare, uno spessore opportuno in relazione alla larghezza del
timone stesso e l’opportuna posizione dello spessore massimo.
Generalmente si prende in prestito un profilo standard
dall’aeronautica.
Diciamo infine che la forza sviluppata dal timone cresce con l’angolo
d’incidenza fino a un certo angolo, che dipende dalle caratteristiche
del timone stesso. Con rapporto altezza-larghezza di 3/1, che è quello
normale per una pala di timone, la forza massima Pmax si raggiunge
a un angolo di circa 28°. Possiamo scomporre questa forza in una
forza F1, perpendicolare all’asse longitudinale, la quale produce
l’evoluzione della imbarcazione, e in un’altra R1, parallela all’asse, che
la frena. Se si dà un angolo di barra maggiore, si può vedere come, la
forza P risultando diminuita e maggiormente orientata verso poppa, la
forza F2 risulta assai inferiore a F1 mentre R2 rimane quasi uguale a
R1. L’imbarcazione continua a risultare frenata ma con una forza
evolutiva assai diminuita. C’è sempre vantaggio dunque nell’evoluire
con angoli minori, perché la forza evolutiva rimarrà considerevole e
diminuirà notevolmente, invece, quella di residenza. Anche ai fini di
una evoluzione rapida, non bisognerà mai (eccetto nel caso
d’imbarcazioni molto evolutive) mettere barra brutalmente verso 28°.
L’imbarcazione comincerebbe a venire frenata prima di avere vinto
l’inerzia e dato inizio all’evoluzione. Occorrono inizialmente da 10 a 15
di barra, poi, quando l’evoluzione è avvitata, si aumenta
progressivamente l’angolo.
Aggiungiamo infine che, nel caso del timone sospeso, la portanza
cade a 0 molto rapidamente, dopo che si è superato l’angolo massimo
di portanza. La pala del timone « sgancia », la sua azione, quindi, si
annulla. Credo sia opportuno, con i timoni sospesi, predisporre degli
scontri limitando così l’arco di azione del timone, per non raggiungere
mai l’angolo di « sganciamento ».
EVOLUZIONI SOTTO VELA
Ciò che abbiamo detto sugli scafi e sui timoni indica il motivo per cui
le imbarcazioni risultano più evolutive, o meno. Ma, se a motore si
FOTO A PAG. 33
può sollecitare l’evoluzione con qualche colpetto di acceleratore o, a
macchina indietro, utilizzando l’effetto evolutivo dell’elica, allo stesso
modo sotto vela di può aiutare o contrastare l’evoluzione, e addirittura
sopprimerla, in funzione della regolazione delle scotte. Volendo
orzare, lo si farà molto più velocemente3 se le vele poppiere, randa di
maestra o mezzana, sono ben bordate. Altrimenti, si corre il rischio di
avere delle sorprese spiacevoli. Con vento moderato, volendo passare
dalla bolina stretta all’andatura in poppa, provate a mettere barra
senza toccare le scotte: l’imbarcazione per prima cosa poggerà, forse
fino ad avere il vento al traverso; sbanderà molto e di colpo tornerà
all’orza irresistibilmente. Se stavate poggiando per scapolare un
ostacolo, sarebbero guai. Se con vento forte, mare un poco mosso e
un’imbarcazione molto leggera volete virare in prua e non cazzate le
vele, vento e mare vi fermano la barca prima ch’essa arrivi a vento in
prua. Sarebbe una virata mancata.
Durante le manovre sotto vela bisognerà sempre tenere bene in
mente che la curva di evoluzione sarà molto più stretta all’orza che
alla poggia, e per poggiare bisognerà sempre badare che le scotte di
randa e di mezzana filino bene. Bisognerà eventualmente esercitare
una spinta sul boma per lascarle più velocemente e portare quelle
vele bene in filo.
FOTO A PAG. 34
FATTORI CHE INFLUISCONO SULL’INERZIA
Ci sono, ovviamente, le forme dello scafo. Le imbarcazioni affinate,
come gli 8 o i 12 metri SI, correranno sull’abbrivo più a lungo, a
parità di grandezza, rispetto alle imbarcazioni larghe e tozze. C’è poi il
dislocamento in rapporto alla lunghezza. L’imbarcazione a
dislocamento leggero si fermerà prima di quella a dislocamento
pesante. Un’altra azione che interviene è quella del vento sull’opera
morta dello scafo e dell’attrezzatura. Infine, c’è il moto ondoso, che
può fermare l’imbarcazione molto presto. Per la manovra in porto la
maretta sarà, generalmente, trascurabile. Ma c’è ancora l’azione
principale, che è quella del vento sulle vele. Un’imbarcazione sotto
vela con vento in prua verrà frenata prestissimo, tanto più presto
quanto più forte è il vento. Per esempio, una barca affinata e a
dislocamento relativamente pesante, come il Pen Duick I, ha molta
inerzia. Lanciata a 4 nodi, a secco di vele, contro una brezza leggera
di 5 nodi, coprirà almeno 150 metri prima di fermarsi. Con randa e
trinchetta, a 4 nodi e contro la stessa brezza, si fermerà in circa 50
metri. Ma con la medesima velatura, contro un vento di 20 nodi e
correndo a 6 nodi, si fermerà in 20 metri. Senza la trinchetta,
andrebbe più lontano.
Chi fa manovra deve dunque conoscere perfettamente le distanze di
arresto della sua imbarcazione nelle diverse circostanze possibili.
FOTO A PAG. 35
Conoscere queste distanze non significa, necessariamente, conoscerle
in cifre. Che importa sapere che l’imbarcazione copre 30 o 50 metri?
Ciò che occorre, è di sapere stimare quei 30 o quei 50 metri, per
poter valutare quale punto bisogna raggiungere prima di orzare per
fermarsi. E’ necessario, perciò esercitare il colpo d’occhio. Si può farlo
in una baia riparata dal moto ondoso, per avere condizioni simili a
quelle abituali di un porto, oppure sottovento a una costa, mettendo a
mare una boa ed esercitandosi a raggiungerla con abbrivo oramai
spento.
A ogni modo, rischierete di compiere pochi errori di valutazione
manovrando a velocità piuttosto lenta. Se c’è vento, riducente la
velatura, nella misura in cui la vostra attrezzatura lo consente, o
allascate le scotte, così da diminuire la forza propulsiva delle vele. In
questo modo potete presentarvi per manovrare alla velocità
desiderata. Dovrete però evitare che sia troppo bassa, per avere
sempre una barca che governa bene. Se riducete la velatura, fatelo in
modo che l’imbarcazione rimanga bene equilibrata e quindi bene
evolutiva. Bisogna avere sempre presente, infatti, che la manovra può
essere mancata. Quando ve ne accorgerete, dovrete avere la
possibilità di ripartire per tornare a presentarvi. La manovra può non
riuscire per colpa vostra, ma anche, talvolta, per motivi in cui non
c’entrate affatto. Un refolo improvviso può farvi accelerare proprio nel
momento peggiore, o fermarvi troppo presto. I porti sono circondati di
ostacoli, quindi capita spesso che il vento sia capriccioso. Tentate di
prevederne le variazioni; ma spesso risulta impossibile.
Manovrando sempre alle medesime velocità, o quasi, vi basterà
conoscere i raggi evolutivi e l’inerzia relativi a quelle velocità.
Risulteranno più familiari e vi sarà minor rischio di sbagliare. Per
valutare la velocità bisogna avere l’occhio addestrato; ma molti yacht,
adesso, sono provvisti dello spidometro. Usatelo.
Nelle vostre evoluzioni tenete in mente questo: venendo all’orza dal
vento al traverso o dal lasco, prima che le vele siano in filo
l’imbarcazione avrà cominciato ad accelerare fortemente. Solo in una
orzata che parte dalla bolina stretta l’imbarcazione frenerà subito.
PRENDERE LA BOA
Il caso semplice è ovviamente quello in cui non c’è corrente. Bisogna
individuare bene la direzione del vento. Dal vento apparente, che vi
viene indicato dal vostro mostravento, potrete dedurre con
approssimazione il vento reale. Se nell’ancoraggio ci sono altre
imbarcazioni, vi daranno la direzione del vento.
Avete assunto la vostra velocità di manovra e valutato la posizione del
punto in cui comincerete a orzare. Se arrivate di bolina, non potrete
sbagliarvi di molto circa la posizione del punto A nel quale bisognerà
cominciare a orzare per ritrovarvi con vento in prua sulla boa. Se
arrivate al lasco, la distanza fra il punto A e la traiettoria finale è
abbastanza grande da renderne difficile la valutazione e spesso si orza
troppo tardi.
FOTO A PAG. 37
Allora dovrete tornare sulla boa non avendo più il vento
in prua: le vostre vele non faranno più da freno altrettanto bene.
Avranno sempre una piccola tendenza a portare, anche con le scotte
lascate.
Generalmente, il fiocco o i fiocchi saranno ammainati in precedenza, o
arrivando, con vento in prua. Ma il fiocco o, se c’è, la trinchetta,
saranno pronti per essere istantaneamente alzati nel caso in cui non
prendeste la boa. Se c’è corrente nella direzione del vento, nessun
problema: basta prevedere una distanza di arresto più corta.
Prendere la boa sarà più difficile se la corrente viene al traverso del
vento. Le atre imbarcazioni presenti all’ancoraggio saranno orientate
secondo la risultante della forza del vento sull’opera morta e della
corrente sull’opera viva. Bisogna dunque venire sulla boa con prua
parallela alle altre imbarcazioni. Se nell’ancoraggio si è soli, occorre
stimare l’angolo di presentazione. La randa, a filo nel letto del vento,
frenerà in misura minore che se l’imbarcazione si presentasse con
vento in prua; ma anche la corrente provvederà a frenare. La distanza
d’arresto risulterà dunque più o meno uguale. E’ preferibile una
« stima corta », poiché, all’occorrenza, potete ridare un po’ di velocità
all’imbarcazione bordando temporaneamente la randa. Viceversa, non
appena presa la boa, e dato volta, bisognerà ammainare rapidamente
la randa, che rischia, altrimenti, di prendere nuovamente il vento e
l’imbarcazione si metterebbe allora a girare sull’ancora.
FOTO A PAG. 38
Se la corrente è controvento, bisognerà presentarsi con vento in
poppa. In pratica si terrà appena la superficie bastante affinché
l’imbarcazione rimonti molto lentamente la corrente. Dopo che si è
presa la boa quanto più rapidamente possibile. Può darsi che, mentre
ci avviciniamo alla boa, ci accorgiamo che la velocità rispetto al fondo
è ancora notevole. In questo caso, ancor prima di raggiungere la boa,
potremo ammainare la randa per continuare sull’abbrivo. Bisogna
però tenere in chiaro la drizza, così da essere pronti a issare un po’ di
vela se, in fin dei conti, mancasse un metro!
FOTO A PAG. 39
ATTRACCO
Eccetto il caso in cui si attracca a un’imbarcazione alla fonda, è raro
che il vento soffi parallelamente alla banchina, all’imbarcazione o al
pontile galleggiante al quale ci si vuole accostare. Può accadere,
tuttavia. In tal caso, la manovra è uguale a quella per prendere la
boa. Presentarsi, se possibile, di bolina stretta, a poca velocità; fase
finale con vento in prua, parallelamente alla banchina. Tuttavia,
mentre si può prendere la boa con la randa alzata e ammainarla dopo
aver dato volta, non è consigliabile di arrivare in banchina con la
randa. Spesso, lungo i moli, il vento è perturbato e la randa rischia di
riprendere il vento e infastidirvi durante l’attracco. Val meglio,
dunque, arrivare a secco di vele.
Nella maggior parte dei casi troverete che il vento soffia obliquamente
o perpendicolarmente alla banchina. L’approdo a secco di vele diventa
allora tassativo. Bisognerà sempre fare un tratto con vento in prua
per spegnere l’abbrivo. Si ammainerà il fiocco un attimo prima di
orzare e si ammainerà la randa nel tratto con vento in prua, perché
questo è l’unico modo di essere certi che la vela scenderà
rapidamente. E’ ovvio che se l’equipaggio è numeroso a sufficienza, si
possono ammainare randa e fiocco contemporaneamente con vento in
prua. Le traiettorie saranno all’incirca quelle che appaiono nelle
illustrazioni.
FOTO A PAG. 40
FOTO A PAG. 41
Se il vento soffia perpendicolarmente verso la banchina, accostare
non sarà possibile, eccetto il caso in cui si possa correre a lungo
parallelamente alla banchina stessa, poiché per fermarsi, con vento al
traverso, occorrerà una distanza piuttosto grande. Bisognerà dar
fondo di fronte al punto di attracco. Si darà indietro verso la banchina
filando catena o cavo dell’ancora. Non ci sarà più che da attraccare,
scostando la poppa. Potremo tenere a fondo l’ancora; ci servirà al
momento di lasciare l’ormeggio e se intanto un po’ di maretta fa
soffrire i nostri parabordi potremo far arrivare il cavo verso
mezzanave, tesando; così l’imbarcazione si appoggerà alla banchina
con minore forza.
LASCIARE L’ORMEGGIO
a) Il vento soffia dalla banchina
Staccarsi dalla banchina con fiocco o trinchettina a riva è la cosa
migliore. Bisogna avere pronto a poppa un parabordo, perché la vela
di prua, all’inizio, farà poggiare e lo slancio di poppa. specialmente se
è lungo, rischia di venire a contatto con la banchina. Una volta
disimpegnati, si alzerà la randa. Ciò presuppone che lo spazio sia
sufficiente. Se si ha poca acqua sottovento (dato che l’imbarcazione
rischia di poggiare molto, prima di acquistare tanta velocità da
permettere di orzare) oppure se si dovrà bordeggiare poco dopo avere
lasciato l’ormeggio, bisognerà issare la randa prima di mollare le
cime. Ritengo che se il vento spira a poppavia del traverso. non ci
sarà mai bisogno di alzare la randa stando a banchina. Negli altri casi
bisogna provvedere rapidamente a mettere la randa bene in filo
spingendo il boma. Quando la prua sarà un poco scaduta sottovento
per l’azione del fiocco, si potrà far portare la randa progressivamente.
b) Il vento soffia parallelamente alla banchina
Se viene da poppa, non potete mettere alla vela. Tuttavia, se la
banchina è sgombra per un lungo tratto davanti a voi, partendo con
un fiocco, e scostando, riuscirete ad allontanarvene a poco a poco.
FOTO A PAG. 43
Altrimenti, bisogna far girare l’imbarcazione con delle cime e mettere
alla vela con il vento in prua, In questo caso si issa la randa. si
mollano gli ormeggi, eccetto lo spring di poppa che si sarà avuto cura
di passare nella bocca di rancio poppiera. Si sarà disposto un
parabordo nel punto in cui la poppa verrà ad appoggiarsi contro la
banchina. Sotto l’azione vento, che farà rinculare l’imbarcazione,
lo spring si tenderà e l’imbarcazione girerà attorno all’angolo del
quadro di poppa. Si isserà il fiocco, mettendolo a collo a mano
oppure cazzando la scotta sopravvento, per aiutare la prua a
poggiare. Quando l’angolazione rispetto alla banchina e al vento è
sufficiente, si borda la randa, poi il fiocco sottovento e l’imbarcazione
prenderà abbrivo in avanti. Allora si potrà mollare lo spring, che sarà
stato passato a doppino se in banchina non c’è nessuno per mollarlo.
FOTO A PAG. 44
Questa manovra è possibile anche se il vento spinge un poco verso la
banchina, fino a un angolo che dipende dalla forza del vento e dalla
grandezza dell’imbarcazione. Quando si sarà mollato tutto meno lo
spring, l’imbarcazione assumerà una posizione di equilibrio
leggermente obliqua rispetto alla banchina di circa una decina di
gradi. Se il vento è a un angolo di oltre 10° con la banchina,
bisognerà dunque aiutare l’imbarcazione a superare il letto del vento
scostando la prua con il mezzo marinaio. Con un’imbarcazione grossa
e un vento non debole, non potrete scostare molto. Con
un’imbarcazione piccola potrete far girar la prua di un buon numero di
gradi, anche con vento fresco. Non appena la prua è quasi nel letto
del vento, si issa a collo un fiocco o la trinchettina, e cosi la prua
supererà il letto del vento.
Non issate il fiocco troppo presto perché, se non prende a collo, ripor
terà brutalmente la prua verso la banchina.
c) Il vento soffia verso la banchina
Allora non si può più mettere alla vela direttamente dalla banchina.
Se avete già dato fondo a un’ancora al momento dell’attracco, alerete
sulla catena dell’ancora sino a trovarvi con l’ancora a picco e qui alze
rete le vele. Altrimenti, bisognerà dar fondo un’altra ancora, a meno
che si possa portare un cavo su una boa. Se di fronte c’è un molo o
una banchina, e se non sono troppo lontani, si potrà eventualmente
portarvi un cavo e così accostarvisi per mettere alla vela da questo
nuovo posto.
LASCIARE L’ANCORAGGIO
Si comincia alando un poco sul cavo dell’ancora e lasciando una
minima lunghezza per non arare. È quel che si chiama venire a picco
lungo. Allora si isserà la randa e si spederà l’ancora dal fondo. Si pre
senta ora un momento delicato, per far partire l’imbarcazione sul
bordo voluto. Spesso, infatti, è indispensabile partire su un dato bordo
per scapolare degli ostacoli o altre imbarcazioni. Generalmente
l’abbrivo, acquistato dall’imbarcazione tirandosi a picco, è
completamente spento al momento di spedare. L’ancora, che spesso
fa presa profondamente, sarà strappata dal fondo solo parzialmente
grazie all’inerzia dell’imbarcazione, che a questo punto si troverà
completamente ferma.
FOTO A PAG. 45
Con un ketch o una goletta non ci sono problemi. Basta mettere a
collo la randa o la mezzana bordandole dalla parte in cui si vuole
poggiare, e cosi l’imbarcazione farà sempre l’abbattuta sul bordo
desiderato. La randa di uno sloop o di un cutter non sarà altrettanto
efficace. Per poggiare si isserà una vela di prua spingendola, per farla
prendere a collo, sul bordo opposto a quello in cui si vuole andare.
Basta allora un refolo un po’ storto, che impedirà al fiocco di prendere
a collo, e l’abbattuta si farà sul bordo sbagliato. Perciò, nell’issare la
vela di prua, bisognerà fare molta attenzione, per essere sicuri che
prenda a collo immediatamente.
Le cose si complicano se c’è corrente traversata al vento.
L’imbarcazione, quando si speda l’ancora, non si troverà con la prua
bene al vento. Ciò sarà favorevole per partire su un bordo; ma, se si
deve partire sull’altro, con uno sloop potrà risultare impossibile.
Bisognerà allora fare un piccolo bordo sotto randa. Per fortuna, la
corrente che viene dal lato in cui non volete andare vi farà derivare e
la manovra non richiederà troppo spazio dalla parte ingombra.
Per lasciare una boa, la manovra sarà la stessa. È più facile perché si
può attendere, per lasciare la boa, una guizzata favorevole
dell’imbarcazione. Inoltre, si ha subito la barca che governa,
diversamente da quando si deve spedare l’ancora e quest’ultima,
insieme con la sua catena, produce nell’acqua una resistenza che
frena le evoluzioni e l’acquisto di velocità. Bisogna dunque salparla e
recuperarla a bordo il più rapidamente possibile.
MANOVRA DELLE ANCORE
ANCORE, CATENE E CAVI
Ogni imbarcazione deve possedere almeno due ancore, ma tre è
meglio. In caso di perdita della principale, la secondaria, in certe
circostanze, rischia di risultare troppo debole per essere utile. D’altra
parte, ancorando in afforco per limitare la rotazione della barca, non
c’è motivo di avere un’ancora più piccola dell’altra. E’ dunque
preferibile imbarcare due ancore principali.
Per quanto riguarda le catene, bisogna obbligatoriamente averne una,
al minimo di una « lunghezza », vale a dire 25 metri, oltre a un cavo
di nailon, anch’esso di 25 metri al minimo. Sono consigliabili un
secondo cavo di nailon per l’ancora e due spezzoni di catena, di una
decina di metri ciascuno e di un calibro maggiore di quella di 25 metri.
Spesso le imbarcazioni da regata non sono provviste del minimo
indicato, poiché tutto questo materiale è pesante e ingombrante.
Inoltre, un’imbarcazione da regata sta molto raramente alla fonda.
Viceversa per una imbarcazione d’altura che compie ancoraggi
frequenti (a maggior ragione se naviga in parti del mondo dove la
sostituzione di un’ancora perduta può risultare impossibile),
l’attrezzatura che qui abbiamo definita come consigliabile diventa
appena il minimo necessario.
SCELTA DELLE ANCORE
A parte il peso, che, come il calibro della catena, dipende dalla
dimensione dell’imbarcazione, la scelta delle ancore può riguardare il
loro tipo.
Ancora ammiragliato
E’ la più antica, dunque ha fatto le sue prove. Offre buona tenuta su
fondi di ogni genere. In particolare, è l’unica che riesca a far presa
su di un fondo di alghe. Purtroppo, sugli altri fondi, a parità di tenuta
quest’ancora a ceppo dovrà essere molto più pesante (3 o 4 volte)
delle ancore moderne. La sua resistenza, quando ara, continua a
essere costante. A parità di peso l’ancora ammiragliato lunga e sottile
tiene meglio di un modello più tozzo. Personalmente ho usato
un’ancora ammiragliato concepita per un idrovolante inglese della
seconda guerra mondiale: pesava appena una ventina di chilogrammi
rispetto a un fuso lungo un metro e venti e a delle marre, lunghe in
proporzione, che le permettevano di affondare fino a trovare un fondo
buon tenitore. Non so fino a qual forza di vento e di mare essa fosse
capace di non cedere, con un grosso idrovolante quadrimotore; ma
per un’imbarcazione di 15 metri era perfetta. Unico inconveniente: era
molto ingombrante.
Dar fondo a un’ancora ammiragliato è una faccenda delicata. Bisogna
aver cura che la catena non prenda volta intorno al ceppo o a una
marra. Si dice, in questo caso, che l’ancora è inceppata o incattivata.
Ciò può però anche accadere, in certi casi, durante la rotazione della
barca.
Tutti questi inconvenienti – peso o ingombro, pericolo che l’ancora sia
inceppata o incattivata – sono rilevanti, rispetto ai vantaggi che
questo tipo d’ancora presenta su fondo erboso. Perciò l’ancora
ammiragliato non viene più impiegata, in pratica, a bordo degli yacht.
Ancora a vomere
È ottima, e la C.Q.R. ne è il tipo più diffuso. Se ara, lo farà
continuando a offrire una resistenza costante, all’opposto delle ancore
a marre snodate, che arano di colpo e talvolta non rifanno presa.
Questo tipo di ancora presenta l’unico inconveniente di costituire una
cospicua sporgenza nel punto della sua sistemazione in coperta.
FOTO A PAG. 49
Ancore a marre articolate
A parità di peso non offrono, in generale, l’identica tenuta rispetto alle
ancore a vomere; ma la comodità di sistemazione a bordo le rende
molto pratiche.
Avvertenza
Ci sono, in tutti questi tipi, le ancore buone e quelle cattive. Certe
ancore ammiragliato, mal concepite, non fanno mai presa. Se la
C.Q.R. è ottima, le imitazioni non lo sono; lo stesso si può dire per le
ancore a marre articolate.
Generalmente, tutte queste ancore e queste catene sono in acciaio
galvanizzato. Ciò significa che nel giro di due o tre anni saranno
coperte di ruggine. Si può farle galvanizzare nuovamente; ma, se
volete stare con l’animo in pace fino alla fine dei vostri giorni, esistono
ancore e catene in acciaio inox. Evidentemente, costano.
LA « LINEA DI ORMEGGIO»
Cosi si usa definire il complesso ancora-catena, o ancora-cavo, o
ancora-catena-cavo. Tutte queste parti diverse sono collegate con
maniglie. Conviene verificare che nessuna maniglia sia di resistenza
inferiore alla catena o al nailon. Spesso, per certi collegamenti,
occorrono due maniglie. Per esempio, solo un maniglione avrà le
branche abbastanza larghe per adattarsi sulla cicala dell’ancora o sulla
redancia del cavo d’ormeggio, ma il suo perno con copiglia sarà
troppo grosso per la catena. È importantissimo serrare tutte queste
maniglie con la chiave inglese, altrimenti rischierebbero di svitarsi.
Utilizzare unicamente la catena può essere raccomandato in tutti i
casi. È il modo più sicuro. La catena, grazie al suo peso, assicura
l’elasticità dell’ormeggio. Se ne filiamo un buon calumo, l’estremità
inferiore poserà sul fondo per parecchi metri, anche nelle scosse
peggiori, evitando che il fuso dell’ancora si sollevi e che l’ancora
stessa possa spedarsi.
Nel dar fondo con catena, bisogna filarne al minimo tre volte la
profondità dell’acqua a marea alta. Non esitate a filarne di più, se
appena potete e se il vento rinfresca. Questa regola vale per fondali
medi. Su basso fondale è insufficiente. Per esempio, dando fondo in 3
metri d’acqua, se filate soltanto 9 metri di catena, sarà troppo poco
per conferire, grazie al peso della catena, una sufficiente elasticità
all’ormeggio. Nelle strappate, tutta la catena si solleverà e l’ancora
verrà spedata.
L’inconveniente, nel dar fondo con catena, è la grande lunghezza che
bisogna estrarre dall’apposita cala. Su certe imbarcazioni ciò non
costituisce un problema, poiché la catena esce direttamente da un
occhio in coperta a prua. Questa formula è molto pratica, purché
l’occhio sia ben stagno, cosa che si può ottenere soltanto con un
tappo avvitato. All’interno del tappo può esservi un gancio a molinello,
che permette di recuperare subito il capo della catena. A bordo delle imbarcazioni da regata si preferisce tenere la catena a fondo stiva e
verso il centro dell’imbarcazione, per motivi di ripartizione dei pesi;
bisogna dunque filare la catena dalla tuga anteriore, stando attenti
che non sfreghi, per non danneggiarla.
Dar fondo unicamente con un cavo di nailon non è mai
raccomandabile. Per non arare bisogna filarne una tale lunghezza
(circa sei volte la profondità dell’acqua) che la ruota avrà un raggio
notevole. Inoltre, il nailon rischia di logorarsi e di tagliarsi sulle
asperità del fondo.
Perciò preferisco, personalmente, usare una « linea di ormeggio»
costituita da uno spezzone di catena lungo una decina di metri, di
calibro robusto affinché il peso sia efficace, e da un cavo di nailon. In
questo modo non sarà necessario estrarre dalla stiva una grande
lunghezza di catena, si eviterà che il nailon si deteriori sul fondo e la
lunghezza totale da dar fuori sarà di poco superiore a quella di un
ormeggio alla fonda unicamente su catena.
COME DAR FONDO
Scelta del punto di ormeggio
La possibilità di stare alla fonda nei porti diventa sempre meno
frequente.
Lo sviluppo della navigazione da diporto ha reso necessario
l’allestimento di porti turistici, capaci di accogliere il massimo numero
d’imbarcazioni. Ciò ha dunque portato alla soppressione degli ormeggi
alla ruota, che richiedono molto spazio a causa del grande raggio del
cerchio che ciascuna imbarcazione percorrerà.
Si va tuttora alla fonda soltanto in siti poco frequentati, in certi fiumi e
nei sorgitori foranei. Questi ultimi sono ancoraggi in qualche
insenatura non protetta contro tutti i venti.
Se non si conosce un posto in cui dar fondo, si può sceglierlo
esaminando la carta nautica. Generalmente questa indica con una
piccola ancora i buoni sorgitori foranei principali, che però sono
spesso destinati a navi capaci di sopportare un mare che renderebbe
invece l’ancoraggio insostenibile per uno yacht.
Sceglieremo dunque il posto in cui dar fondo in funzione degli
elementi seguenti:
a) Natura del fondo. Evitare i fondi rocciosi, dove le ancore possono
rimanere incattivate e i fondi d’alga, sui quali le ancore arano.
b) Profondità. Per quanto possibile si eviteranno gli alti fondali perché
il cavo e la catena degli yacht non sono, in generale, lunghissimi e,
nella maggior parte dei casi, si salpa a braccia (calcolo del fondale
all’alta e alla bassa marea, per mezzo delle tavole di marea).
c) Corrente. Evitare, se appena possibile, i luoghi con corrente forte.
d) d) Ridosso. Quanto più l’insenatura è chiusa, tanto migliore sarà il
ridosso contro il mare lungo. Si può scegliere un’insenatura molto
aperta se il vento viene da terra e c’è bel tempo; in tutti i casi bisogna
essere pronti a lasciare l’ancoraggio rapidamente se il tempo cambia.
Andare all’ancoraggio
Bisogna presentarsi col minimo di superficie velica, per avere la barca
che governa ma non una velocità eccessiva, specialmente se il punto
di ancoraggio è angusto o ingombro. Una manovra con tutto a riva e a
tutta velocità sarà brillante; ma, con il minimo errore di valutazione e
alla minima manovra sbagliata, i danni saranno anch’essi spettacolosi.
Ci si presenta dunque a vele spiegate o con vela tura ridotta secondo
la forza del vento. La norma tassativa, nel diminuire la velatura, è
quella di mantenere la barca molto equilibrata. Con vela tura ridotta
un’imbarcazione può continuare a obbedire alla barra, finché ha
velocità; ma se è mal equilibrata e, per una ragione qualsiasi, perde
velocità, non governerà più. Se per esempio lo skipper, dopo essere
venuto all’orza per dar fondo, si accorge che il punto che credeva
buono non lo è, dovrà poggiare per riprendere velocità e andarsene.
L’imbarcazione scadrà a lungo prima di poterlo fare, se è invelata solo
verso poppa; può anche non essere capace di riprendere velocità. La
manovra terminerà sugli ostacoli o sulle imbarcazioni alla fonda
sottovento. Se l’imbarcazione è invelata solo a prua, e se deve infilarsi
bordeggiando in acque ristrette, rischierà, dopo una virata, di
abbattere troppo e di non essere in grado di fare immediatamente, se
occorre, una nuova virata.
Uno sloop sarà dunque costretto a presentarsi con il fiocco e la randa, e verrà con la superficie velica che aveva al largo, poiché non è il
caso, in fin dei conti, di terzarolare o di cambiare fiocco unicamente
per andare all’ancoraggio. Potremo rallentare lasciando fileggiare le
vele, in misura maggiore o minore.
Un cutter potrà spesso presentarsi sotto randa e trinchettina.
Una goletta, se la randa di maestra è considerevole, dovrà conservare
dei grandi fiocchi, ma potrà ammainare tutte le vele fra gli alberi. Il
Pen Duick III, che aveva randa molto piccola, continuava a governare
molto bene sotto randa e trinchettina, se c’era vento forte. Lo stesso
vale per un ketch, sotto mezzana e trinchettina o fiocco. Non bisogna
essere con velatura troppo ridotta, perché in tal caso l’imbarcazione
non governa più. Se perde velocità, non la riprende.
Se l’ancoraggio è deserto, avete libera scelta del posto. E’ possibile
dar fondo in un punto preciso, individuato sulla carta nautica, quando
ci siano degli allineamenti su punti cospicui. Questo metodo presenta
il vantaggio che, se avete fatto in modo di dar fuori l’ancora proprio
all’incrocio degli allineamenti, siete certi di aver dato fondo in un
punto dove, in base alla carta nautica, vi siete accertati di avere
acqua sufficiente, anche alla bassa marea, su tutto il circolo che
l’imbarcazione alla ruota può descrivere. :B una garanzia che vi pone
al riparo da errori di valutazione in merito alle distanze. Ma è pur
sempre un’eccezione, disporre di due allineamenti che si incrociano
proprio nel punto favorevole. In teoria, si può dare fondo in base a
rilevamenti fatti con la bussola a mano; ma, nella pratica, non credo a
questo metodo, a meno che a bordo si abbia un incaricato di rotta che
possa badare esclusivamente ai rilevamenti. Nella maggior parte dei
casi, si darà fondo a occhio, non esitando a usare lo scandaglio.
Nelle regioni dove il coefficiente di marea è elevato, conviene tener
conto dell’ora in cui si dà fondo per sapere, grazie alla regola dei
dodicesimi, quant’acqua resterà sotto la chiglia alla bassa marea. La
regola dei dodicesimi è la più semplice per calcolare la profondità di
acqua ed è l’unica che il diportista abbia bisogno di conoscere, poiché
non avrà mai da fare un calcolo di grande precisione.
La regola è la seguente:
Il mare cala di 1/12 dell’ampiezza della marea durante la prima ora
successiva all’alta marea. Calerà di 2/12 durante la seconda ora, di
3/12 durante la terza e la quarta, di 2/12 durante la quinta e di 1/12
durante la sesta ora.
Per la marea montante vale la medesima regola.
Esempio. Arrivate all’ancoraggio 3 h 30′ dopo la bassa marea.
L’ampiezza della marea per quel giorno (differenza, nelle tavole di
marea, fra AM e BM) è di 6 metri: alla bassa marea avrete dunque
3,75 metri in meno di quanto indica lo scandaglio se è ben tarato
(6/12 per le 3 ore piu la metà di 3/12 per i 30 minuti, cioè 3 metri +
0,75 metri).
Se l’ancoraggio ha già alcuni occupanti, bisogna dar fondo dove non si
disturberanno le altre imbarcazioni. Occorre quindi stimare bene il
raggio della vostra ruota e degli altri. Non si dimentichi che, se c’è
corrente e se è controvento, non tutte le imbarcazioni si
presenteranno al vento e alla corrente allo stesso modo, in base alla
forza relativa di entrambi. In questo caso bisogna che le due ruote
non giungano a tangenza. Accade spesso di vedere, in caso di
corrente forte e vento forte in senso contrario, che le imbarcazioni a
vela non riescono ad avere una posizione stabile. Rimontano
sull’ancora a vento in poppa. Arrivate all’estremità dell’ormeggio,
quest’ultimo ne richiama la prua e, al traverso, l’azione della corrente
sull’opera viva diviene preponderante rispetto a quella del vento
sull’opera morta e sull’alberatura. Quindi la corrente trascinerà via
l’imbarcazione, che di nuovo arriva al termine dell’ormeggio e viene
rimessa nell’asse della corrente, poi potrà rimontarla con vento in
poppa, e cosi via. Poiché non è detto che l’analogo gioco dei vicini sia
sincronizzato col vostro, è evidente che, se le ruote si intersecano o
risultano tangenziali, prima o poi ci sarà collisione.
In assenza di corrente, si può ammettere il presupposto che tutte le
imbarcazioni si manterranno contemporaneamente al vento che gira,
e allora le ruote possono anche intersecarsi.
FOTO A PAG. 55
FOTO A PAG. 56
Dar fondo con vento in prua
È il caso più frequente. Si spegne l’abbrivo dell’imbarcazione con
vento in prua per venire senza velocità sul punto previsto per dar
fondo. Si possono ammainare le vele di prua fino dall’orzata o subito
dopo aver dato fuori l’ancora. Non tenerle alzate più a lungo, perché
farebbero poggiare l’imbarcazione, che riprenderebbe abbrivo con
vento al traverso. Si filerà la catena o il cavo a mano a mano che
l’imbarcazione dà indietro, senza frenarla, affinché prenda velocità
sufficiente a far testa all’ancora. Far testa all’ancora è indispensabile
perché è l’unico modo per sapere se ha fatto presa.
Dopo avere filato un calumo pari a due o tre volte il fondale, si dà
volta alla catena. Questa si allungherà sul fondo, poi si tenderà, arre
stando la deriva dell’imbarcazione. Poiché la barca non derivava con
vento di prua, l’imbarcazione sarà richiamata bruscamente nel letto
del vento, e la vedremo dunque ruotare rapidamente. È ciò che si
chiama far testa all’ancora. Per essere sicuri che l’ancora ha fatto
presa bene, è opportuno, durante questa operazione, mettere la
mano sulla catena. Se sentiamo che si tende mantenendo la tensione,
non si sta arando. Se la tensione si allenta, cioè se sentiamo che la
catena è animata da piccoli sussulti, vuol dire che l’imbarcazione ara.
Durante tutta la manovra, è bene conservare la randa alzata. Con la
sua presa al vento aiuterà l’imbarcazione a derivare presto per fare
testa saldamente sull’ancora. Se si sta arando, perciò, si è pronti a
salpare per dar fondo di nuovo.
Se arrivando sul punto in cui dobbiamo dar fondo abbiamo ancora
abbrivo, non è grave. Basta far abbattere l’imbarcazione sul bordo
opposto a quello sul quale si dà fondo. Cosi, quando l’imbarcazione
darà indietro, non rischieremo di far passare la catena sull’ancora.
Anche se l’ancora non è col ceppo, c’è sempre il rischio che la catena
si incattivi su una marra. Per lo stesso motivo, prima di dar fondo è
bene aspettare che l’imbarcazione abbia già cominciato a rinculare,
evitando cosi che i primi metri di catena vadano a posarsi sull’ancora.
Dopo aver fatto testa all’ancora, si fila il calumo necessario, tenendo
conto del fondale con l’alta marea.
Dar fondo con vento in poppa
Se il vento è debole e se non c’è corrente, non si potrà far testa
all’ancora dando fondo con vento in prua. Ci si presenta allora con
vento in poppa. Si dà fondo passando sul punto previsto. Si fila la
catena. Un attimo prima di far testa all’ancora, si metterà barra per
far orzare un poco l’imbarcazione e si farà testa.
Afforco
Ci si affare a dando fondo, da prua, due ancore sguardate,
contrariamente all’ormeggio a barba di gatto e all’ormeggio con
ancora guardiana.
Afforcarsi è necessario, se si prevede vento forte. Si dà fondo alle due
ancore su una linea perpendicolare al vento e in modo che i rispettivi
cavi o catene dell’una e dell’altra facciano tra loro un angolo di circa
30°. Devono avere la stessa lunghezza, affinché lavorino nella stessa
maniera. L’angolo fra i due ormeggi limiterà le guizzate
dell’imbarcazione e quindi le strappate propizie a far arare. Quando il
posto è stretto, ci si può anche afforcare per limitare il raggio della
ruota. In questo caso, l’angolo fra i due ormeggi sarà uno qualsiasi in
funzione del risultato cui si mira.
Un caso particolare è quando si dà fondo alla foce di un fiume, dove la
corrente viene alternativamente in una direzione e nell’altra. Si dà
allora fondo alle due ancore secondo l’asse del fiume. I due ormeggi
formano tra loro un angolo di 180°. Cosi, qualunque sia la direzione
della corrente, l’imbarcazione resterà all’incirca nello stesso punto.
Come ci si afforca
Se già prima di dar fondo si è deciso di afforcarsi, si può farlo
direttamente arrivando sotto vela. Si dà fuori la prima ancora con una
data prua, conservando velocità sufficiente per andare a dar fondo
alla seconda nel punto voluto, mentre si lasciano filare la catena o il
cavo della prima. Bisognerà accertarsi che entrambe abbiano
agguantato, mettendole sotto sforzo l’una dopo l’altra. Si può farlo
con l’aiuto delle vele. Se si è già ancorati alla ruota e ci si vuole
afforcare per rinforzare l’ormeggio, nel caso non si abbia il motore
ausiliario, bisognerà stendere la seconda ancora servendosi del
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battellino. A questo scopo si mettono nel battellino l’ancora e la
catena. Non cercate di rimorchiare la catena: non ci riuscirete. Date
volta una cima ad una estremità della catena; sarà la cima a essere
filata da bordo. Una volta dato fondo all’ancora e filata la catena, si
ala la cima e si recupera a bordo il capo della catena.
Nel caso di afforco in un fiume, se il vento si presta, basta lasciare che
l’imbarcazione dia indietro con la corrente, filando il primo ormeggio e
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prolungandolo, se occorre, con le cime disponibili a bordo. COSI si
può arrivare fino al punto in cui dar fondo alla seconda ancora. Se si
rimane parecchi giorni in quello stesso posto, di tanto in tanto
occorrerà levare le volte prodotte negli ormeggi dai giri
dell’imbarcazione, che, seguendo il vento, non si presenta sempre
dalla stessa banda. Poiché lavora un solo ormeggio per volta, è facile
mollare quello che è lasco per levare le volte.
Ancorare a barba di gatto
Viene chiamato cosi anche l’afforco; ma qui si considera il caso
particolare in cui si dà fondo a due ancore nella medesima direzione.
È un ripiego per rinforzare l’ormeggio se non si è più in condizione di
afforcarsi. Per esempio, il vento può essere già abbastanza forte da
FOTO A PAG. 60
impedire di andare a stendere la seconda ancora con il battellino. Se
si è dato fuori molto calumo, si può cominciare alando su questo pri
mo ormeggio (ma è meglio non farlo o, se mai, farlo con cautela, per
ché alando troppo si rischia di far arare l’ancora); poi si dà fondo alla
seconda ancora e si filano entrambi gli ormeggi. Ciò presuppone che,
di poppa, ci sia abbastanza acqua libera da permettere di filare
calumo sufficiente per la seconda ancora, e catena (o cavo) sufficienti
per la prima.
Dar fondo all’ancora guardiana
Se non si ha nemmeno la possibilità di ancorarsi a barba di gatto nel
modo suddetto, si può pur sempre dar fondo a un’ancora guardiana.
Ci si contenta di lasciarla sotto la prua con la catena in bando. Questa
seconda ancora non farà un gran che; ma limiterà un poco le guizzate
e perciò le strappate imposte alla prima ancora, che avrà maggiori
possibilità di far buona tenuta.
Appennellare
È l’ormeggio più solido. Si mettono sullo stesso ormeggio due ancore,
l’una dietro l’altra, collegate da alcuni metri di catena. Inconvenienti:
dar fondo cosi non è facile, e ancor meno lo è salpare. Quando si
speda la prima, e bisogna sollevarla per farla passare sopra la batta
gliola per sistemarla sul ponte, c’è da issare contemporaneamente la
catena e la seconda ancora. Se queste ultime sono pesanti (nel caso
di un’imbarcazione piuttosto grossa) è impossibile compiere questa
manovra a mano. Bisogna diminuire lo sforzo sospendendo il tutto a
una drizza.
FOTO A PAG. 61
Raccomandazioni
Non dimenticate che non sarete molto apprezzati come vicini se,
avendo dato fondo male, andate a collidere, nel ruotare sull’ancora,
con le imbarcazioni che si trovavano sul posto prima di voi. Se vi
accorgete subito che lo spazio per l’ormeggio alla ruota è un po’
stretto, meglio salpare seduta stante. Viceversa se, per star bene,
basta spostare l’ancora di appena qualche metro, potete in tal caso
andare col battellino a dar fondo un’ancora leggera nel punto voluto.
Spedata la prima, vi alate sulla piccola e, quando anch’essa è
spedata, ridate fondo alla prima. ~ preferibile fare subito questa
manovra, che non dover salpare, talvolta nel cuor della notte, dopo
avere svegliato i vicini.
FOTO A PAG. 62
Per essere certi di non perdere le proprie ancore, si può dar volta una
grippia con gavitello sul loro diamante. Bisogna sempre prendere
questa precauzione ancorando su fondo roccioso o su fondo che può
essere cosparso di rottami pesanti. Se l’ancora è incattivata, basta re
cuperarla per mezzo della grippia.
In un sorgitore foraneo, se il vento viene dal largo, bisogna salpare
senza esitazioni al primo indizio di peggioramento del tempo. Sia pure
con ancore in quantità appennellate, afforcate, e con chilometri di
calumo, non mi pare che resistere a un tempaccio proveniente dal
largo, in rada foranea, sia una situazione invidiabile. Per quanta
fiducia si abbia nel materiale, la possibilità che esso si spezzi, e di
vedere immediatamente la barca stritolata dal mare che frange sulla
costa alle spalle, costituisce una prospettiva capace di farti
invecchiare di alcuni anni. Non dimentichiamo che in molti casi,
quando la situazione diventerà insostenibile, sarà ormai troppo tardi
per salpare e non avremo da fare altro che aspettare, augurandoci
che tutto tenga duro.
Andando all’ancoraggio è importante pensare che il vento può girare,
e venire dal largo. Perciò si dovrà dare fondo abbastanza lontano dalla
costa, allo scopo di avere un minimo di spazio per salpare anche con
vento dal largo.
Una sera, con il Pen Duick III, diamo fondo a Uvéa. L’isola fa parte
dell’arcipelago delle Loyauté, a est della Nuova Caledonia. È un atollo
ma con la sua laguna ampiamente aperta verso il largo da tutte le
parti, eccetto a sud e a est. Qua due lunghe strisce di terra formano
due isole quasi affiancate. Altrove, il limite della laguna, vastissima,
è indicato solo da alcuni isolotti. Con vento da sud-est, nel ridosso
delle due isole grandi, si sta dunque benissimo, ma il ridosso non c’è
più con venti da altre direzioni. Diamo dunque fondo con vento da
sud-est, sottovento all’isola sud, orientata est-ovest. Lungo queste
isole, dalla parte della laguna, la spiaggia scende in pendio dolcissimo.
Come battellino avevamo soltanto un gommone spinto con le pagaie,
molto lento, specialmente contro vento. Perciò ho dato fondo nel
minimo di acqua, per non dover fare un tragitto troppo lungo con il
battellino. Ebbene, anche in quel paese dove il vento di sud-est, che
poi è l’aliseo, soffia per la maggior parte del tempo, non si può mai
dire. Nella notte, il vento ha girato a nord, con forza bastante a levare
un bel mare e siamo stati svegliati dalle scosse della chiglia che, nei
cavi delle piccole onde, toccava nella sabbia. Non c’era più altro da
fare che salpare. Ma non avevamo spazio di manovra. Appena
spedata l’ancora ci siamo trovati arenati, parallelamente alla spiaggia.
Siamo poi riusciti a partire; ma questa è un’altra storia.
Per finire: prima di dar fondo, assicuratevi sempre che il cavo (o il
capo della catena) sia ben dato volta. Ci si sente davvero come degli
stupidi quando il cavo (o la catena) se la fila per occhio.
FOTO A PAG. 63
SAI QUALE E’ LA CHECK LIST DEL PERFETTO MARINAIO ?
Quali sono i lavori da fare prima di varare la barca per
la bella stagione? Tanti , ed è facile dimenticarsene
qualcuno. Ecco perché conviene avere sempre a
portata di mano un promemoria, una «check-list», che
permetta di spuntare una a una le operazioni già fatte
ricordando quelle ancora da compiere. Non si tratta di
un manuale che insegna come effettuare la
manutenzione, ma solo di una preziosa
guida da seguire esaminando la barca ancora in secca.
E’ ormai tempo di rimettere la barca in acqua e di ricominciare a
godere del piacere di navigare. Ma prima di poterlo fare,
facilitati dall’avere la barca in secco, è assolutamente necessario
effettuare quei controlli e quei lavori di manutenzione che
garantiscono il buon funzionamento dell’imbarcazione per la sicurezza
di chi naviga.
Per rendere più agevole questo lavoro pubblichiamo un elenco dei
principali controlli che ognuno dovrebbe eseguire. Abbiamo cercato di
raggruppare queste operazioni secondo una logica sequenza temporale, che
tenga conto sia delle diverse percentuali di importanza
sia delle affinità delle singole parti.
Per facilitare l’opera, esiste anche una vasta letteratura tecnica
pubblicata a cura delle ditte specializzate, sopratutto nel settore delle
vernici e dei sigillanti, che è un preziosissimo aiuto nei lavori specifici.
Queste pubblicazioni vengono normalmente fornite gratuitamente
dalle varie ditte dietro richiesta diretta degli interessati.
Per quanto concerne il materiale di pulizia è bene attenersi sempre
alle norme riportate nei libretti di istruzione degli apparti o da quanto
consigliato dal cantiere che ha prodotto l’imbarcazione.
In generale oltre metà dei « malanni » della barca, specie quelli dei
materiali metallici, possono comunque essere curati con l’uso di un
buon disossidante marino come il CRC 66, molta pazienza e olio di
gomito.
Qualora si desideri riverniciare lo scafo o altre parti della barca
consigliamo di farlo solo al termine di tutti i lavori di manutenzione.
E ora al lavoro:
□ Cassetta degli attrezzi: prima di qualsiasi operazione
controllare che gli strumenti necessari per la manutenzione di
bordo siano oliati e perfettamente funzionanti.
Opera viva
□ Elica: controllare l’eventuale presenza di ammaccature o
deformazioni delle pale, pulire ogni traccia di incrostazioni.
□ Sostituire gli zinchi posti a protezione anticorrosiva dell’asse
dell’elica.
□ Pulire il trasduttore dell’ecoscandaglio e l’elica del log.
□ Verificare l’eventuale presenza di crepe attorno alla base del
bulbo, riempire eventualmente con stucco marino dopo aver
bene carteggiato (la presenza di piccole crepe nella vernice è
da considerarsi normale).
□ Accertare che gli ombrinali del pozzetto e i fori di scarico del
pozzetto dell’ancora non siano otturati.
Timone
□ Controllare che l’asse, i perni, gli agugliotti e le femminelle
non presentino tracce di corrosione, deformazione o
fessurazione, nel caso provvedere alla sostituzione.
□ Verificare il perfetto funzionamento e la facile installazione
della barra di rispetto (tutto l’equipaggio dovrà esserne a
conoscenza).
□ Controllare tutto il sistema di timoneria esterna o interna:
quadrante, attacco dei cavi, pulegge. Qualora sia presente un
timone idraulico verificare tutte le fascette di tenuta, che i
cavi non presentino deformazioni o abrasioni, il livello dell’olio
ed effettuare eventuale spurgo.
□ Controllare l’eventuale timone automatico.
Apparato motore
□ Consultare il libretto di istruzioni, che deve sempre essere
presente a bordo e utilizzarlo come guida nelle voci che
seguono.
□ Cambiare l’olio, filtro dell’olio e filtro del carburante.
□ Controllare la tensione e l’allineamento della cinghia (la
presenza di polvere nera indica usura della cinghia per cattivo
allineamento).
□ Controllare la pompa di alimentazione del carburante.
□ Esaminare cavi e tubi per l’eventuale presenza di punti di
usura.
□ Controllare la perfetta tenuta del sistema di alimentazione del
carburante (fascette, innesti e guarnizioni).
□ Serbatoio: controllare se vi è presenza di ruggine
(deterioramento), la valvola di sicurezza e l’innesto in coperta
(spesso causa di fuoruscita di carburante).
□ Circuito di raffreddamento: cambiare il liquido nei sistemi a
circuito chiuso, pulire bene con acqua dolce i sistemi di
raffreddamento ad acqua di mare (qualora l’operazione non
sia stata effettuata quando l’imbarcazione è stata posta in
secco).
□ Cambiare la girante in neoprene.
□ Verificare il funzionamento delle saracinesche.
□ Controllare la perfetta tenuta delle fascette, dei tubi e delle
guarnizioni del sistema di raffreddamento.
□ Controllare il livello dell’olio nel sistema di trasmissione.
□ Cambiare gli zinchi del blocco motore e negli scambiatori di
calore.
□ Asse dell’elica: premistoppa (grasso, livello dell’olio o accesso
dell’acqua a seconda del tipo di lubrificazione), reggispinta (se
esterno alla scatola del cambio) ed eventuali giochi.
□ Controllare i bulloni di ancoraggio del motore (ruggine,
allentamento o fessurazioni).
□ Controllare la condizione e lo stivaggio dei pezzi di ricambio e
dei lubrificanti.
Circuito elettrico
□ Batteria: livello dell’acqua, terminali puliti e stretti (fare
eventualmente controllare la tensione di uscita e l’autoscarica
degli accumulatori, la tensione di uscita dell’alternatore e del
carica batterie).
□ Controllare che tutti gli interruttori del quadro generale siano
stretti e privi di incrostazioni e di umidità.
□ Controllare i terminali dei cavi elettrici del motore e togliere
ogni traccia di ossidazione.
□ Verificare il funzionamento delle strumentazioni di bordo (si
consiglia di affidarsi ad esperti per le eventuali modifiche o
riparazioni).
□ Sostituire tutte le pile strumenti a pila e della torcia di
emergenza.
□ Fare funzionare come controllo l’intero circuito elettrico a
pieno carico.
Sistema idraulico
□ Prese a mare e scarichi: controllare le fascette, i tubi e le
saracinesche.
□ Verificare l’efficienza del wc con particolare attenzione alle
parti in gomma.
□ Controllare che i fori di sfiato dei sifoni risultino liberi (è
questa una causa che provoca un alto numero di incidenti per
allagamento).
□ Controllare il funzionamento delle pompe di sentina a mano.
□ Verificare il funzionamento dell’eventuale allarme di acqua in
sentina.
□ Pulire il serbatoio dell’acqua potabile ed eventualmente
disinfettarlo utilizzando prodotti specifici che possono essere
acquistati in farmacia. In questo caso attenersi
scrupolosamente alle istruzioni e procedere successivamente
a vari lavaggi riempiendo e vuotando il serbatoio.
□ Controllare il funzionamento delle pompe per l’acqua potabile
dell’eventuale autoclave.
□ Controllare che vi siano perdite nel circuito dell’acqua potabile
(tubi, fascette e guarnizioni).
Sentina
□ Pulire con acqua e detergente specifico.
□ Liberare i fori di collegamento tra le varie sentine.
□ Bulloni di chiglia: accertarsi che non vi siano segni di
affaticamento (ruggine, piegamenti o fessurazioni). A questo
scopo si possono colpire con martello di piccole dimensioni i
vari bulloni e ascoltare la loro sonorità.
Albero
□ Testa d’albero: controllare le carrucole, le luci e la stazione del
vento; verificare il perfetto stato degli attacchi delle sartie e
degli stralli, facendo attenzione a eventuali allunamenti dei
fori delle manovre.
□ Controllare che le coppieglie siano integre e protette, per
impedire strappi alle vele.
□ Controllare le impiombature delle sartie e degli stralli.
□ Accertarsi che lungo le sartie e gli stralli non vi siano fili
spezzati o stracciati.
□ Controllare lo stato dell’eventuale strallo cavo.
□ Base delle crocette: controllare che non vi siano bulloni
allentati, ovalizzazioni dei fori e crepe nei materiali.
□ Estremità delle crocette: controllare il blocco delle sartie e
coprire ogni parte ove può strisciare il fiocco.
□ Arredati: verificarne l’integrità e controllare che il sistema di
bloccaggio funzioni.
□ Controllare e lubrificare tutte le pastecche e i moschettoni.
□ Accertare che tutti i grilli siano ben chiusi (esistono in
commercio piccole fascette di materiale plastico che possono
essere utilizzate per bloccare i perni dei grilli nella posizione di
lavoro).
□ Boma : controllare l’attacco all’albero, le carrucole e l’attacco
del vang.
□ Rotaia del tangone: controllare i punti di attacco all’albero,
lubrificare il carrello e i terminali del tangone.
□ Controllare le drizze in tessile nelle zone consumate e che le
drizze in acciaio non abbiano fili strecciati o spezzati (assai
pericolosi per le mani e le vele).
□ Pulire le canalette dell’albero e del bome e controllare nei
punti dove si fermano le tavolette quando si prendono i
terzaroli (punto di grande usura).
□ Per quanti hanno l’avvolgifiocco: controllare lo stato dei
cuscinetti e dei perni, l’eventuale usura dello strallo e della
cima di riavvolgimento.
Manovre e attrezzatura di coperta
□ Lubrificare i bozzelli, le pastecche e i rinvii.
□ Pulire e ingrassare i winches, controllando particolarmente i
nottolini, le molle e i cuscinetti. Fare attenzione a non perdere
nessun pezzo durante l’apertura e la richiusura.
□ Lubrificare le maniglie dei winches.
□ Carrello di scotta della randa: pulire, lubrificare e assicurarsi
della perfetta scorrevolezza dei cusinetti e della tenuta dello
strozzascotte.
□ Lubrificare i carrelli dei fiocchi e i relativi sistemi di bloccaggio.
□ Togliere il salino dalle rotaie, lavando con acqua dolce.
□ Lubrificare i moschettoni, controllando che non abbiano subito
allungamenti e mettere gli stroppetti ove necessario.
□ Controllare la tenuta stagna della camicia dell’albero
attraverso la tuga.
□Battagliola
□ Cercare trefoli rotti (sono la maggiore causa dei danni alle
mani e alle vele).
□ Controllare l’integrità delle coppiglie della battagliola, coprirle
dove necessario
□ Controllare la base dei pulpiti e dei candelieri (debbono essere
stagni e fissi).
□ Controllare tutte le impiombature.
Sistema di ancoraggio
□ Controllare la catena dell’ancora e il grillo d’attacco all’ancora
(bloccarlo con filo di ferro o altro).
□ Controllare il funzionamento dell’eventuale salpancora e
lubrificare le carrucole.
□ Controllare tutte le cime di ancoraggio e di ormeggio
eliminando quelle che presentano stiramenti o sfilacciature
pronunciate.
□ Riporre la catena dell’ancora e le cime in modo che possano
essere prontamente utilizzate (tutto l’equipaggio dovrà essere
a conoscenza del luogo di stivaggio).
Vele
Molte di queste operazioni di controllo possono essere eseguite
durante le prima uscite in mare.
□ Controllare le cuciture, le bugne, le penne ed eventuali
allungamenti del tessuto.
□ Controllare gli attacchi degli scorrevoli e dei garrocci.
□ Controllare le tasche delle stecche.
□ Verificare che le vele da tempesta e i loro accessori siano in
perfetto stato e stivare in zona di facile accesso (tutto
l’equipaggio deve esserne a conoscenza).
Controlli e pulizia generale
□ Accertarsi del perfetto stato del tubo del gas e di tutti i suoi
attacchi.
□ Pulire i fornelli e i fori di uscita del gas.
□ Lubrificare il sistema di basculaggio della cucina.
□ Controllare che non si siano formate muffe nelle zone di
stivaggio dei cibi.
□ Lubrificare le cerniere e le serrature di porte, boccaporti e
passauomo. Controllare la scorrevolezza dei cassetti.
□ Controllare l’integrità delle guarnizioni dei boccaporti.
□ Battello di servizio: controllare le casse stagne, i remi e le
scalmiere, i parabordi e fare manutenzione al motore
fuoribordo.
□ Controllare lo stato dell’autogonfiabile e verificare la data di
scadenza.
□ Controllare lo stato e lo stivaggio di tutte le dotazioni
d’emergenza di bordo (l’equipaggio dovrà esserne a
conoscenza).
A questo punto è ormai fatto tutto e possiamo finalmente uscire. Per
fare partire il motore fermo da molti mesi consigliamo di utilizzare
speciali spray che possono essere acquistati presso i normali
distributori. Ultima cosa: diamo una occhiata alla marmitta e al tubo
di uscita che non abbiano perdite e all’asse dell’elica che non abbia
nessun gioco.
E adesso “buona navigazione!”, ce la siamo meritata.
.
Sono i due MEZZI COLLI , la GASSA, il PARLATO, il TRIPLO PARLATO, ed il nodo SAVOIA (o IL CAPPUCCINO)
No il nodo piano:
” Il nodo piano usato per unire due cime, specie se di diverso diametro, ha causato piu’ incidenti mortali di tutti gli altri nodi messi insieme”
scrive W. Ashly nel suo storico “Libro dei nodi”
Perche’ ? Perche’ si scioglie, se una delle due cime viene messa in forza per un motivo qualunque.
Ricorda che appese ad un nodo, in mare, ci possono essere una o piu’ vite umane !
Piu’ i “PARANCHI” . (il paranco e’ costituito da una cima che gira piu’ volte dentro 2 bozzelli per diminuire il nostro sforzo quando la cazziamo. (per esempio il paranco dove e’ applicata la scotta della randa)
Molto tempo prima di entrare in porto, (un ora) la coperta deve essere sgombra, tutto ordinatissimo, ogni uomo (o donna) deve sapere quale e’ il suo compito.
Un uomo sta a prua (il piu abile perche’ deve dare fondo all’ancora) , gli altri 2 difendono uno la murata di destra e l’altro la murata di sinistra,
uno sta vicino a te a poppa, come “consigliori”.
Certo dipende da quanto equipaggio hai.
In genere sul canale 9 del vhf, in Italia ci sono gli ormeggiatori, o i piloti del porto, con cui potrai consultarti sull’ormeggio parecchio tempo prima di entrare in porto (almeno due ore prima)
Appena sei entrato nel porto, esegui lenti giri al centro del porto per individuare i possibili punti di ormeggio (ormeggia di prua cosi’ l’ancora sara’ sempre perfettamente allineata con il tuo ormeggio). Se il verricello salpancore sta a prua, createne un altro a poppa (e mi ringrazierai).
Puo’ bastare anche un catino che contiene l’ancora, la catena e la cima.
Il tuo impulso e’ quello di ormeggiare subito, magari prima di un altro che sta entrando in porto dopo di te, ed andarti a prendere subito un caffe’ al bar del porto.
NO ! VIOLENTATI ! DEVI FARE FINTA CHE NON HAI NECESSITA’ DI ORMEGGIARE, CHE HAI UN TEMPO INFINITO DAVANTI A
TE PER FARLO.
E’ QUESTO IL GRANDE SEGRETO PER ORMEGGIARE ALLA PERFEZIONE SENZA SCOSSE !
Sai quanti ormeggi in 40 anni ci ho messo per capirlo ? E, come vedi, ti ho trasmesso questa preziosissima informazione in pochi secondi.
Ora sta a te ad avere la forza di metterla in pratica, perche’ l’istinto ti dira’ l’opposto (cioe’ ormeggia prima possibile)
Magari avverti le barche che entrano dopo di te dell’ormeggio n°1 che hai scelto e dell’ormeggio n°2 (di riserva ) . E’ come quando gli aerei atterrano:
C’e’ la fila: c’e’ il n°1, il n° 2, ed il n°3.
Diffida dei posti troppo vuoti o troppo facili. Puo’ darsi’ che li’ ‘ sia riservato ad un traghetto, a delle barche da pesca, o ad una Autorita’ marittima.
Basta chiedere agli astanti, o sul canale 9, o consultare il portolano.
Non preoccuparti assolutamente di ormeggiare piu’ vicino possibile alla banchina.
Hai il tuo capiente e potente gommone che portera’ tutto l’equipaggio a terra, quindi e’ meglio se ormeggerai in 6 fila,
perche’ DAVANTI SEI LIBERO DI SALPARE QUANDO VUOI !
Tanto andrai a terra via mare, col tuo tender, non dovrai certo passare sopra a 6 barche !
Avrai solo la scocciatura, la mattina dopo, di essere svegliato da quelli bloccati dietro di te che vogliono salpare.
C’e’ gente che interrompe il bagno alle 16, per arrivare prima in porto per ormeggiarsi in banchina
(cosi’ tra l’altro si vanno a fare incastrare dalle barche che ormeggeranno dopo di loro).
Tu invece tira a lungo la tua giornata a mare. E’ cosi’ preziosa !
Arriva per ultimo.
Se’ possibile, se l’acqua non e’ troppo sporca (tanto poi ti fai una doccia) accertati, ( se serve anche con una torcia sub potente che non puoi non avere a bordo),
che le marre (le braccia) dell’ancora abbiano “FATTO TESTA” col fondo, cioe’ siano perfettamente infilate del fondale.
MOLTO SPESSO SONO SOLO APPOGGIATE, PARALLELAMENTE AL FONDO, E LA TUA BARCA (SE IL METEO E’
TRANQUILLO) STARA’ FERMA SOLO RETTA DAL PESO DELL’ANCORA E DELLA CATENA
( SAI CHE C’E’ GENTE CHE IN UNA BAIA, E’ ANDATA CONTRO LE ROCCE ED HA PERSO LA VITA PER QUESTO MOTIVO ? )
(Dai, vuoi dormire sonni tranquilli, o no ? )
Per raggiungere questo risultato avrai dato un po’ di marcia avanti (se ormeggi di prua) fino a che la barca e’ immobile anche con un quarto di gas.
(Non avere mai fretta, muoviti sempre con deliberata, forzata lentezza. I tempi in barca sono completamente diversi, e 10 volte piu’ lunghi di quelli in auto!
Infilati sempre vicino, o di prua, ad una barca grande come la tua o, ancora meglio, piu’ grande della tua. (mai piu’ piccola).
Il timore di non trovare posto al ristorante deve essere l’ultima delle tue preoccupazioni !
( Meglio un ottimo ormeggio, che cenare al ristorante col patema che l’ormeggio non tenga ! Non credi ? )
Alle brutte, a ferragosto, se non c’e’ posto nemmeno a morire, darai fondo all’ancora al centro del porto ,sempre col grippiale legato (dato volta) sulla punta dell’ancora (sul “diamante”) .
Questo ti consentira’ di salpare la tua ancora (catena e cima) anche se si e’ si incagliata con altre ancore, cime catene.
Nessuno potra’ mai buttarti fuori da un porto. Altrimenti, dai fondo al centro del porto, e col gommone vai a sporgere denuncia ai
carabinieri dicendo che qualcuno a bordo non si sente bene
L’ormeggio, per una sola notte, non si nega mai a nessuno.
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> In Atterraggio
> Come Ormeggiare
PATENTE A VELA
> Prima di Salpare
> Durante la Navigazione
> In Atterraggio
> Come Ormeggiare
“MA DOPO LA PATENTE NAUTICA, CHE FAI ? QUALI SONO I 28 SEGRETI PER NAVIGARE DIVERTENDOTI ??
E, SOPRATTUTTO, QUALI SONO I 12 ERRORI ASSOLUTAMENTE DA EVITARE ??
IN MARE, QUANTE VOLTE TI E’ CAPITATO DI DIRE: ” COME SI FA A RISOLVERE RAPIDAMENTE QUESTO PROBLEMA DIFFICILE ?” E POI QUALCUNO, DOPO, TE LO HA MOSTRATO, ED ERA SEMPLICE SEMPLICE, MA TU NON RIUSCIVI A VEDERLO…! LUI HA IMPIEGATO UNA VITA PER SPERIMENTARLO, PERO’ RIESCE A TRAMETTERTI QUESTE PREZIOSISSIME INFORMAZIONI IN POCHI SECONDI ! UN DISTILLATO DI ESPERIENZA !